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IL MIO WEST
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Giovanni Veronesi
Soggetto: Giovanni Veronesi
Sceneggiatura: Giovanni Veronesi e Leonardo Pieraccioni
Fotografia: Jose' Luis Alcaine
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Maurizio Millenotti
Musica: Pino Donaggio
Prodotto da: Vittorio e Rita Cecchi Gori
(ITALIA, 1998)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
PERSONAGGI E INTERPRETI
Doc: Leonardo Pieraccioni
Johnny Lowen: Harvey Keitel
Jack Sikora: David Bowie
Perla: Sandrine Holt
Mary: Alessia Marcuzzi
Joshua: Jim Van Der Woude
Geremia: Yudii Mercredi
Il
piccolo Geremia appartiene ad una terra fatta di montagne innevate e di strade polverose,
che si ricopre di verde ad ogni primavera ed è contornata dallo sguardo di un cielo
materno e familiare. Appartiene al vociare festoso del villaggio di Basin Field, dove si
snodano le vite del telegrafista e dell'insegnante, dei pistoleri e delle loro belle
accompagnatrici che colorano il saloon con lustrini sfavillanti. Geremia è per metà
indiano perché Doc e Perla, i suoi genitori, hanno unito il loro amore e le loro culture,
immolando il paese alla pace. Fino all'arrivo di Jack Sikora, da anni sulle tracce di
Johnny Lowen. Johnny è il padre di Doc: è tornato al villaggio dopo vent'anni di
silenzio ed una vita votata ai duelli e alle prodezze con la pistola. Per Doc è solo un
estraneo: lo scontro fra le loro diversità provoca infatti la rottura degli equilibri e
la crescita interiore di Geremia, affascinato dalla figura del nonno e catapultato in un
mondo di adulti in cui il sesso, la violenza e l'incomprensione sembrano essere la parole
d'ordine. Doc concepisce la vita all'insegna della più assoluta armonia: non conosce la
violenza, ma soprattutto non conosce lo stile di vita condotto fino ad allora da suo
padre, in cui non c'è spazio per i valori, ma solo per la vendetta. Saranno gli occhi di
Geremia ad aprire il suo cuore, a fargli ritrovare un rapporto che il rancore aveva
sepolto. «Il west è là dove ogni bambino ha giocato a cowboy» e sicuramente Geremia
oltre ad essere la voce narrante del film, è l'occhio che ne osserva ogni aspetto,
filtrandolo con la sua ingenuità e modificandone i significati. È suo lo sguardo che
vola sulle praterie sconfinate, che scruta negli animi dei personaggi, inchiodati nello
spazio polveroso come in tante immagini di Sergio Leone. Negli interni invece si respira
l'aria dei combattimenti caserecci di Bud Spencer e Terence Hill e le evocazioni sono
continue, prima di tutto dal romanzo di Vincenzo Pardini "Jodo Cartamigli" a cui
il film si ispira, poi da un repertorio cinematografico che è inutile descrivere tanto è
copioso. Peccato che ai tanti omaggi non si aggiunga niente di originale e anche le
forzature linguistiche, basate sulla contrapposizione di un toscano aspirato più del
solito e la lingua degli indiani, non trovano alcuna collocazione.
Elisabetta Marino |