Tempi Moderni

I film del 1998


METROLAND

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Philip Saville
Soggetto: dal romanzo omonimo di Julian Barnes
Sceneggiatura: Adrian Hodges
Fotografia: Jean-François Robin
Scenografia: Don Taylor
Costumi: Jenny Beaven
Montaggio: Greg Miller
Musica: Mark Knopfler
Prodotto da: Andrew Bendel
(GRAN BRETAGNA/FRANCIA, 1997)
Durata: 106'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Distribuzione home video: MEDUSA

PERSONAGGI E INTERPRETI

Chris: Christian Bale
Toni: Lee Ross
Marion: Emily Watson
Annick: Elsa Zylberstein
Henri: Rufus
Dave: Jonathan Aris
Pendolare in pensione: John Wood

 

"Metroland è un luogo della mente" riferisce ad un certo punto la voce off del protagonista Chris. Un sobborgo medio borghese alle porte di Londra, il quartiere descritto nelle pagine di Julian Barnes diventa così il protagonista metaforico dell'intero racconto filmato da Philip Saville. Che si concentra - e fa bene- su una parte del romanzo (la seconda) e ne riesce a mettere in luce pur senza particolari spregiudicatezze registiche l'originalità.
Chris vive a Metroland sposato a Marion, che sembra incarnare perfettamente la sua anima gemella. Un giorno si fa vivo Toni, il suo più caro e vecchio amico, presenza che gli fa affiorare alla mente una serie di ricordi. Toni è rimasto lo stesso scavezzacollo di prima mentre ora tra i pensieri di Chris, sempre più rivolti al passato, si insinua il dubbio maligno che le sue scelte di vita abbiano assunto l'aspetto poco romantico di un ripiego. Basta pensare che in gioventù negli anni 60 - i due odiavano la puritana e borghese Inghilterra, credevano di essere spregiudicati artisti francesi, si pretendevano, insomma, flaneurs. C'è tempo anche per conoscere la sensuale Annick, che corrisponde al periodo di maggiore gloria bohemienne di Chris in quel di Parigi, prima che Marion lo riportasse alla realtà con i suoi modi sofisticati e pragmatici ma quasi invisibili (resi con grande sensibilità da Emily Watson). "Metroland", già passato nel 1997 a Venezia senza far troppa notizia, è un film che si gusta con calma e con qualche divertita sorpresa mentre procede a piccoli passi mostrando beffardo e affettuoso la qualità ordinaria della vita del protagonista, e ricordandoci, con i piccoli disastri che derivano dal non accettarla, un bel film di Rohmer ("L'amore, il pomeriggio", che d'altronde viene ineccepibilmente citato). Il protagonista, insoddisfatto, vedendosi a trent'anni simile a tutto quello che in gioventù non avrebbe voluto essere, compie i più patetici sforzi per cercare di somigliare a ciò che avrebbe voluto (o vagheggiato), ma in realtà non fa altro che cercare di accontentare le persone che gli stanno attorno. Il film, che ha la lucidità e il disincanto tipico dei paradossi, deve indubbiamente molto alla squisita qualità letteraria dello script e insieme del romanzo da cui deriva, anche se queste non devono sminuire la regia. Philip Saville ha fatto forse un lavoro modesto, o meglio poco appariscente, ma proprio per questo adatto, cucito bene addosso a un'opera che cerca di cogliere l'essenza elusiva e sfuggente che sta attorno alle verità dei sentimenti.

Alfonso Iuliano