LA
LEGGENDA DEL PIANISTA SULL'OCEANOCAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Giuseppe Tornatore
Soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore, sulla scorta del monologo teatrale Novecento
di Alessandro Baricco, edito da Feltrinelli
Fotografia: Lajos Koltaj
Musica: Ennio Morricone
Scenografia: Francesco Frigeri
Costumi: Maurizio Millenotti
Montaggio: Massimo Quaglia
(ITALIA, 1998)
Durata: 160'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
PERSONAGGI E INTERPRETI
Novecento: Tim Roth
Max: Pruitt Taylor Vince
La Ragazza: Melanie Thierry
Danny Boodman: Bill Nunn
Jelly Roll Morton: Clarence Williams III

"Ho nostalgia di
tutto, anche delle cose che non ho vissuto" scriveva Pessoa, e Tornatore potrebbe
sottoscrivere: se infatti un tratto comune può rintracciarsi nell'opera del
quarantaduenne cineasta di Bagheria è certamente la propensione allo struggimento, a
tessere una mesta elegia di cose e persone indipendentemente dalla loro collocazione
spaziotemporale.
Giunto al suo sesto lungometraggio, il regista di "Nuovo Cinema Paradiso" (1988)
abbandona la Sicilia cui era tornato con il precedente "L'uomo delle stelle"
(1995) e gioca la carta del kolossal: i numeri (45 attori, 20mila comparse, 30 set fra
Odessa e Roma, 110 giorni di ripresa, 175mila metri di pellicola girata, un budget di 40
miliardi di lire) dicono dello sforzo produttivo sostenuto, e fanno di "La leggenda
del pianista sull'oceano" l'oggetto di celluloide più costoso nella storia del
cinema nostrano.
Basato su uno -scarno (una sessantina di pagine) monologo teatrale di Alessandro Baricco,
il film inscena i quasi cinquant'anni della vita di T. D. Lemon Novecento: apparso neonato
in un cesto a bordo della nave da diporto Virginian, mai ne scenderà, divenendo uno
straordinario pianista capace di suonare una musica mai udita prima.
Nell'arco interminabile
di 160 minuti di proiezione, Tornatore inscena una vicenda priva di sviluppi dove è il
tono a far la canzone: ma quel che (moderatamente) funziona nella dimensione della pagina
scritta, assume nel passaggio alle immagini connotati di seriosa sentenziosità e verbosa
maginoquenza tali da far spazientire anche il più bendisposto degli spettatori.
Il metteur en scene , tuttavia, è più bravo dello sceneggiatore: nelle scene di massa,
in singole sequenze (quella del pianoforte danzante durante la tempesta, su tutte) è dato
trovare quel forte senso del cinema rinvenibile nelle cose migliori del Nostro, che qui
s'avvale pure di contributi tecnici di prim'ordine.
Tim Roth è bravo come sempre, ma pare privo del carisma necessario per sostenere
l'inquadratura così a lungo, fors'anche a disagio con un personaggio del quale non
comprende fino in fondo le motivazioni; eccellente, invece, la prova di Pruitt Taylor
Vince dal sembiante wellesiano, cappotto di cammello, andatura stanca, una malinconia che
non sembra d'accatto.