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INTERVISTA A MARTIN SCORSESE
Probabilmente, "Kundun" segnerà veramente un punto
fondamentale nella filmografia di Scorsese, se è vero che il regista di "Taxi
Driver" e di "L'età dell'innocenza" sente oggi un po' esaurita la vena che
lo ha legato ai personaggi di strada e di mafia italo-amercani. Ma non dobbiamo
ingannarci: il giovane Dalai Lama di "Kundun", con la sua serietà e la profonda
mitezza, in fondo rappresenta una faccia opposta ma complementare a quella dei compulsivi
e nevrotici personaggi precedenti. La sua costante ricerca di pace, saggezza e di
illuminazione spirituale ci sembrano oggi come la strada, la scelta, la possibilità che
la maggior parte dei suoi personaggi non hanno mai potuto intraprendere.
Che cosa l'ha spinta a fare un film sul Buddismo?
Sono sempre stato affascinato comunque dalla religione. Lo stesso impulso che mi spinge
verso il lato spirituale dell'uomo è quello che mi ha colpito nel Buddismo, anche se io
non sono un buddista praticante e rimango cattolico; però, soprattutto la parte della
compassione e della tolleranza del buddismo sono quelle che mi hanno più colpito.
Per quale motivo ha dedicato il film a sua madre?
Mia madre è scomparsa dieci giorni dopo che il film è stato completato. Certamente lei
ha avuto una grande importanza nella mia vita: quindi, ho ritenuto che l'essenza di questo
film era qualcosa che a lei apparteneva e che lei è tutt'ora per me.
Lei ha cercato nel film di far vedere
che dietro al buddismo come religione c'è anche una sfera che riguarda il potere, ma si
è limitato a dare una sbirciatina a questo aspetto...
In America e nell'Occidente arrivavano molte domande e c'era una certa confusione sul
fatto di associare il Tibet a Shangri-la a un paese dell'utopia. Io, insieme alla
sceneggiatrice Melissa Mathison, ci tenevamo a dare l'impressione che questo era un paese
reale con esseri umani reali che possono dar luogo a molti inconvenienti. Certamente noi
eravamo limitati dal fatto che chi percepiva tutto questo era un bambino. In altre parole,
la storia di Reting, il reggente, potrebbe costituire in se stessa un altro film lungo
almeno quanto questo. Noi volevamo soltanto far capire che c'erano comunque delle
difficoltà nel loro sistema politico. Questo perché io ho cercato di mantenere tutta la
percezione del film attraverso gli occhi del bambino, di far capire allo spettatore solo
quello che sa il bambino; è come se lui vedesse i genitori litigare e poi venisse mandato
in un'altra stanza perché quello non lo può riguardare.
Signor Ferretti, quali sono state le difficoltà maggiori
che ha incontrato sul set di un film così complesso?
Dante Ferretti: Noi abbiamo avuto indicazioni abbastanza precise dal Dalai Lama,
addirittura ci ha fatto delle piante delle parti del palazzo dove viveva da bambino. La
grande difficoltà è stata quella di ricostruire tutto in Marocco, dato che non è stato
possibile girare il film nemmeno in India oltre che naturalmente in Tibet. Abbiamo dovuto
costruire un grande teatro di posa in un capannone secondo le indicazioni che ha dato il
Dalai Lama e grazie a una documentazione abbastanza accurata che avevamo già raccolto.
Non c'è stata una difficoltà vera, la sfida consisteva nel ricreare un'impressione del
Tibet in Marocco, e se in ciò siamo riusciti lo potete decidere voi come ogni altro
spettatore. Ci siamo comunque aiutati con mezzi moderni, mainpaintings, computers, per
ricreare quello che non avevamo in Marocco. Girare in India, nel Ladak un posto che viene
chiamato anche il piccolo Tibet sarebbe stato molto più semplice, però, in questo modo,
quello che alla fine è stato molto più impegnativo è stato anche di maggiore
soddisfazione. Inoltre, noi abbiamo avuto tre persone che facevano i miei consiglieri per
quello che riguardava il cerimoniale e l'organizzazione sociale dei monaci che avevano un
effetto e un significato sui costumi indossati, particolare, complesso e molto difficile
da descrivere in poche parole.
Il Dalai Lama ha partecipato anche alla lavorazione sul
set oltre che, come sappiamo, in piccola parte alla sceneggiatura?
Melissa Mathison ha scritto il copione e poi gli ha posto una serie di
domande su alcuni dettagli e particolari che meritavano maggiore accuratezza. Quando il
copione mi è arrivato la parte a cui aveva collaborato il Dalai Lama era già conclusa,
così non mi è possibile spiegare quanto lui abbia fatto effettivamente. Credo che ci
abbia messo la sua filosofia e poi sicuramente alcuni dettagli intimi della sua vita. In
particolare le due scene verso la fine del film, quella dove si vedono tutti i monaci
morti e quella dove si vede il sangue nella vasca dei pesci erano proprio riferite a due
incubi che lui ha avuto. Sul set non è mai venuto, mentre ha potuto assistere a una scena
in sala di montaggio. Ci sarebbe piaciuto farlo venire sul set, ma siccome il Re del
Marocco ci aveva già molto agevolato nella lavorazione, non volevamo creare problemi con
i cinesi facendo venire il Dalai Lama sul set; in tal caso ci avrebbero forse potuto
chiedere di sospendere la lavorazione. La maggior parte delle volte ci diceva che il film
era una cosa che riguardava noi, e che potevamo fare tutto quello che ci serviva. Dovrebbe
vedere il film il 30 aprile.
Eppure, almeno a prima vista, lo Scorsese dei precedenti
suoi film difficilmente si sarebbe visto alle prese con un soggetto simile...
Io credo che nei miei film precedenti ho esplorato quegli altri personaggi e quegli altri
stili di vita talmente a fondo che questa strada era in un certo senso l'ultima che mi
rimaneva. Poi, devo dire che mi piace molto questa storia anche perché non segue una
linea drammaturgica convenzionale; in sostanza, ho cercato di fare un film in cui la
sequenzialità sarebbe risultata l'essenza della filosofia, una sequenzialità spirituale,
ovviamente, e non drammaturgica, tale che uno spettatore che si mantenesse aperto nei
confronti del film potesse riceverne una reazione che alcune persone mi hanno confermato
essere proprio di tipo spirituale.
Definirebbe "Kundun" più un film storico, o
un'opera in costume?
Questa è una combinazione di diversi film, che sicuramente ha a che vedere con un viaggio
spirituale. Rielaborando moltissimo il montaggio, alla fine abbiamo fatto un film
composito più basato su una musica e una spiritualità che su una storia che scorre
dall'inizio alla fine. E ci sono poi persone a New York che lo vanno a vedere
semplicemente perché li rilassa!
In cosa questo film l'ha cambiato, soprattutto per quel
che concerne lo sviluppo dei suoi prossimi progetti?
Certamente mi ha cambiato. Anche se le riprese sono state difficili, ricordo il periodo in
Marocco come una specie di ritiro spirituale, anche un ritiro dalla vita di New York o Los
Angeles. Ma questa è sicuramente la prima volta in cui io mi chiedo quale sarà il mio
prossimo film. Ci sono delle possibilità, ma ci stiamo ancora lavorando.
La filosofia buddista ha in qualche modo influenzato il suo modo di fare
cinema e la struttura del film?
Non posso dire quali sono i principi del Buddismo che mi hanno maggiormente coinvolto;
diciamo piuttosto che era un umore presente sul set, il comportamento delle persone, i
canti, tutto quello che è successo in quel lungo periodo di circa cento giorni, come
anche la morte di mia madre. Sicuramente un concetto che è rimasto in me è quello della
non permanenza, il concetto del mandala che viene spazzato via. Quindi, quando sorgevano
dei problemi sul set, i cavalli, ad esempio, sbagliavano sempre le posizioni, io prendevo
un bel respiro e mi dicevo: "tanto, passerà!".
Pensa che la mania occidentale per il Tibet, sia un segno
della crisi delle religioni tradizionali dell'Occidente?
Soprattutto in America, oggi, sembra esserci una disperata ricerca di un po' di pace dello
spirito. A me sembra che la società stia un po' perdendo il controllo di sé, o forse è
una mia impressione dato che sto invecchiando. Conosco persone che hanno cercato conforto
nel buddismo pur mantenendo la propria religione, ma di certo le religioni tradizionali
dell'occidente sembrano oggi deludere, e dovranno in futuro accettare una grossa sfida per
riaffermarsi.
Cosa pensa dell'uso delle tecnologie elettroniche nel
cinema contemporaneo?
Quando usi il computer è più come dipingere, che fare del cinema. A volte, sul set, mi
chiedevano che tipo di cielo volessi, e io rispondevo: " un cielo drammatico, con
nuvole drammatiche, ben scure!", e la cosa mi sembrava un po' folle, o almeno
qualcosa di molto diverso dal fare cinema. Ma in futuro penso che dovrò adattarmi e
imparare a usare il computer.
Alfonso Iuliano |