Tempi Moderni

I film del 1998


INTERVISTA A MARTIN SCORSESE

Probabilmente, "Kundun" segnerà veramente un punto fondamentale nella filmografia di Scorsese, se è vero che il regista di "Taxi Driver" e di "L'età dell'innocenza" sente oggi un po' esaurita la vena che lo ha legato ai personaggi di strada e di mafia italo-amercani. Ma non dobbiamo ingannarci: il giovane Dalai Lama di "Kundun", con la sua serietà e la profonda mitezza, in fondo rappresenta una faccia opposta ma complementare a quella dei compulsivi e nevrotici personaggi precedenti. La sua costante ricerca di pace, saggezza e di illuminazione spirituale ci sembrano oggi come la strada, la scelta, la possibilità che la maggior parte dei suoi personaggi non hanno mai potuto intraprendere.

Che cosa l'ha spinta a fare un film sul Buddismo?
Sono sempre stato affascinato comunque dalla religione. Lo stesso impulso che mi spinge verso il lato spirituale dell'uomo è quello che mi ha colpito nel Buddismo, anche se io non sono un buddista praticante e rimango cattolico; però, soprattutto la parte della compassione e della tolleranza del buddismo sono quelle che mi hanno più colpito.

Per quale motivo ha dedicato il film a sua madre?
Mia madre è scomparsa dieci giorni dopo che il film è stato completato. Certamente lei ha avuto una grande importanza nella mia vita: quindi, ho ritenuto che l'essenza di questo film era qualcosa che a lei apparteneva e che lei è tutt'ora per me.

scorsese.gif (11536 bytes)Lei ha cercato nel film di far vedere che dietro al buddismo come religione c'è anche una sfera che riguarda il potere, ma si è limitato a dare una sbirciatina a questo aspetto...
In America e nell'Occidente arrivavano molte domande e c'era una certa confusione sul fatto di associare il Tibet a Shangri-la a un paese dell'utopia. Io, insieme alla sceneggiatrice Melissa Mathison, ci tenevamo a dare l'impressione che questo era un paese reale con esseri umani reali che possono dar luogo a molti inconvenienti. Certamente noi eravamo limitati dal fatto che chi percepiva tutto questo era un bambino. In altre parole, la storia di Reting, il reggente, potrebbe costituire in se stessa un altro film lungo almeno quanto questo. Noi volevamo soltanto far capire che c'erano comunque delle difficoltà nel loro sistema politico. Questo perché io ho cercato di mantenere tutta la percezione del film attraverso gli occhi del bambino, di far capire allo spettatore solo quello che sa il bambino; è come se lui vedesse i genitori litigare e poi venisse mandato in un'altra stanza perché quello non lo può riguardare.

Signor Ferretti, quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato sul set di un film così complesso?
Dante Ferretti: Noi abbiamo avuto indicazioni abbastanza precise dal Dalai Lama, addirittura ci ha fatto delle piante delle parti del palazzo dove viveva da bambino. La grande difficoltà è stata quella di ricostruire tutto in Marocco, dato che non è stato possibile girare il film nemmeno in India oltre che naturalmente in Tibet. Abbiamo dovuto costruire un grande teatro di posa in un capannone secondo le indicazioni che ha dato il Dalai Lama e grazie a una documentazione abbastanza accurata che avevamo già raccolto. Non c'è stata una difficoltà vera, la sfida consisteva nel ricreare un'impressione del Tibet in Marocco, e se in ciò siamo riusciti lo potete decidere voi come ogni altro spettatore. Ci siamo comunque aiutati con mezzi moderni, mainpaintings, computers, per ricreare quello che non avevamo in Marocco. Girare in India, nel Ladak un posto che viene chiamato anche il piccolo Tibet sarebbe stato molto più semplice, però, in questo modo, quello che alla fine è stato molto più impegnativo è stato anche di maggiore soddisfazione. Inoltre, noi abbiamo avuto tre persone che facevano i miei consiglieri per quello che riguardava il cerimoniale e l'organizzazione sociale dei monaci che avevano un effetto e un significato sui costumi indossati, particolare, complesso e molto difficile da descrivere in poche parole.

Il Dalai Lama ha partecipato anche alla lavorazione sul set oltre che, come sappiamo, in piccola parte alla sceneggiatura?
Melissa Mathison ha scritto il copione e poi gli ha posto una serie di domande su alcuni dettagli e particolari che meritavano maggiore accuratezza. Quando il copione mi è arrivato la parte a cui aveva collaborato il Dalai Lama era già conclusa, così non mi è possibile spiegare quanto lui abbia fatto effettivamente. Credo che ci abbia messo la sua filosofia e poi sicuramente alcuni dettagli intimi della sua vita. In particolare le due scene verso la fine del film, quella dove si vedono tutti i monaci morti e quella dove si vede il sangue nella vasca dei pesci erano proprio riferite a due incubi che lui ha avuto. Sul set non è mai venuto, mentre ha potuto assistere a una scena in sala di montaggio. Ci sarebbe piaciuto farlo venire sul set, ma siccome il Re del Marocco ci aveva già molto agevolato nella lavorazione, non volevamo creare problemi con i cinesi facendo venire il Dalai Lama sul set; in tal caso ci avrebbero forse potuto chiedere di sospendere la lavorazione. La maggior parte delle volte ci diceva che il film era una cosa che riguardava noi, e che potevamo fare tutto quello che ci serviva. Dovrebbe vedere il film il 30 aprile.

Eppure, almeno a prima vista, lo Scorsese dei precedenti suoi film difficilmente si sarebbe visto alle prese con un soggetto simile...
Io credo che nei miei film precedenti ho esplorato quegli altri personaggi e quegli altri stili di vita talmente a fondo che questa strada era in un certo senso l'ultima che mi rimaneva. Poi, devo dire che mi piace molto questa storia anche perché non segue una linea drammaturgica convenzionale; in sostanza, ho cercato di fare un film in cui la sequenzialità sarebbe risultata l'essenza della filosofia, una sequenzialità spirituale, ovviamente, e non drammaturgica, tale che uno spettatore che si mantenesse aperto nei confronti del film potesse riceverne una reazione che alcune persone mi hanno confermato essere proprio di tipo spirituale.

Definirebbe "Kundun" più un film storico, o un'opera in costume?
Questa è una combinazione di diversi film, che sicuramente ha a che vedere con un viaggio spirituale. Rielaborando moltissimo il montaggio, alla fine abbiamo fatto un film composito più basato su una musica e una spiritualità che su una storia che scorre dall'inizio alla fine. E ci sono poi persone a New York che lo vanno a vedere semplicemente perché li rilassa!

In cosa questo film l'ha cambiato, soprattutto per quel che concerne lo sviluppo dei suoi prossimi progetti?
Certamente mi ha cambiato. Anche se le riprese sono state difficili, ricordo il periodo in Marocco come una specie di ritiro spirituale, anche un ritiro dalla vita di New York o Los Angeles. Ma questa è sicuramente la prima volta in cui io mi chiedo quale sarà il mio prossimo film. Ci sono delle possibilità, ma ci stiamo ancora lavorando.

kund2.JPG (11345 bytes)La filosofia buddista ha in qualche modo influenzato il suo modo di fare cinema e la struttura del film?
Non posso dire quali sono i principi del Buddismo che mi hanno maggiormente coinvolto; diciamo piuttosto che era un umore presente sul set, il comportamento delle persone, i canti, tutto quello che è successo in quel lungo periodo di circa cento giorni, come anche la morte di mia madre. Sicuramente un concetto che è rimasto in me è quello della non permanenza, il concetto del mandala che viene spazzato via. Quindi, quando sorgevano dei problemi sul set, i cavalli, ad esempio, sbagliavano sempre le posizioni, io prendevo un bel respiro e mi dicevo: "tanto, passerà!".

Pensa che la mania occidentale per il Tibet, sia un segno della crisi delle religioni tradizionali dell'Occidente?
Soprattutto in America, oggi, sembra esserci una disperata ricerca di un po' di pace dello spirito. A me sembra che la società stia un po' perdendo il controllo di sé, o forse è una mia impressione dato che sto invecchiando. Conosco persone che hanno cercato conforto nel buddismo pur mantenendo la propria religione, ma di certo le religioni tradizionali dell'occidente sembrano oggi deludere, e dovranno in futuro accettare una grossa sfida per riaffermarsi.

Cosa pensa dell'uso delle tecnologie elettroniche nel cinema contemporaneo?
Quando usi il computer è più come dipingere, che fare del cinema. A volte, sul set, mi chiedevano che tipo di cielo volessi, e io rispondevo: " un cielo drammatico, con nuvole drammatiche, ben scure!", e la cosa mi sembrava un po' folle, o almeno qualcosa di molto diverso dal fare cinema. Ma in futuro penso che dovrò adattarmi e imparare a usare il computer.

Alfonso Iuliano