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INTERVISTA A COSTA GAVRAS
Definito da un nostro critico
"regista-giornalista", Constantin Costa-Gavras, regista greco ma per adozione
americano-parigino, con il suo ultimo film "Mad city-Assalto alla notizia" è
alle prese con un soggetto tipico dei suoi lavori passati, incentrato su un disvelamento e
un crescendo di disillusioni accompagnate da un forte, solido senso morale, pur nella
spettacolarità e nella retorica del suo cinema.
Com'è nato il progetto di "Mad City"?
È cominciato qui a Roma alcuni anni fa: ero all'ambasciata di Francia e l'ambasciatore di
allora, un ex giornalista, parlando appunto di media mi disse: "Costa, tu non capisci
che le notizie sono una merce che deve essere venduta." Ho cominciato da quel giorno
a capire come questa merce venisse presentata e venduta, scoprendo così che viviamo in un
supermercato mondiale dove le notizie sono impacchettate con cura. Mi sono quindi reso
conto che molto spesso nella scatola che acquistiamo non c'è la merce che ci si aspetta,
soprattutto se si tratta di notizie provenienti dalla televisione. Ho cominciato per conto
mio a pensare a un soggetto per raccontare questa storia. Anche in America sapevano che mi
interessavo a questo argomento e quindi un bel giorno mi hanno inviato un copione. Questo
in origine era molto differente rispetto a quello finale, il giornalista interpretato da
Dustin Hoffman, ad esempio, era molto cinico e carrierista, un autentico mostro, e l'altro
personaggio prendeva gli ostaggi di proposito e giocava con i bambini con l'intento di
creare suspense. Io ho fatto in modo di rendere i due protagonisti più umani e allo
stesso tempo ambigui. Anche il personaggio della giovane giornalista in principio non
esisteva; io l'ho voluto come personificazione dell'innocenza che viene pervertita ed
asservita ad altri fini.
Come siete arrivati alla scelta dei due protagonisti?
All'inizio avevamo pensato di fare il film con attori sconosciuti, poi però, man mano che
il copione è stato letto e presentato, abbiamo visto che c'erano delle persone
interessate e quando la Warner mi ha comunicato di volere produrre il film mi ha dato
anche la disponibilità di Dustin Hoffman e John Travolta. C'è stato dapprincipio un
problema economico perché i due insieme costavano moltissimo e c'era il rischio di non
poter realizzare il film. Ha risolto il problema Dustin accettando di lavorare a paga
sindacale e convincendo Travolta a ridurre il suo cachet. A loro riguardo, devo dire che
prima di essere delle star sono due grandi attori che sanno creare un personaggio, e
questa è la cosa più importante ed interessante. Con Hoffman c'era già da qualche anno
l'idea di fare un film insieme quando avessimo trovato il soggetto adatto. Il Travolta di
questi ultimi anni è diventato un attore straordinario con una caricà di ingenuità e un
occhio da bambino che a volte sanno essere anche pericolosi. Io penso che nessuna altra
coppia si sarebbe amalgamata così bene, anche considerandola dal punto di vista fisico.
Lei ha sempre fatto film con uno sfondo sociale molte
forte. Quanto, a suo parere, l'informazione oggi uccide e quanto invece può aiutare la
gente?
Non c'è dubbio che una telecamera oggi può uccidere. Non occorre più un Oswald per
ammazzare il presidente degli Stati Uniti, basta una telecamera al momento giusto.
L'informazione nella vita quotidiana ha un peso importantissimo. I media elettronici
riescono a trasformare, fare e disfare l'opinione pubblica. La cosa pericolosa è che
queste reti, che fanno il bello e il cattivo tempo, appartengono a degli uomini d'affari o
anche ad uomini politici, come nel caso italiano. I media esistono per controllare il
potere politico, però se appartengono al potere politico stesso o a quello economico il
controllo non c'è più. Praticamente sono giudice e giudicato al contempo, ed è una cosa
sempre più presente nelle nostre società, Mitterand a un certo punto ha voluto
privatizzare le televisioni in Francia e molti cineasti lo hanno incontrato per dirgli di
non fare quella privatizzazione perché sarebbe stata una vera e propria catastrofe. Dieci
giorni fa, a Parigi, è uscito un libro di Bernard Pivot, grande uomo di televisione, che
scrive: "La catastrofe è fatta". Abbiamo creato un mostro che dobbiamo nutrire
continuamente con delle immagini e delle informazioni. Per l'essere umano non c'è nulla
di più gradevole che trovare conferma alle proprie convinzioni, e infatti il mostro media
non fa altro che ribadire le nostre convinzioni e nutrirle, generando un infinito circolo
vizioso.
I protagonisti di questo film sembrano possedere un
maggior cinismo rispetto agli altri suoi film...
Ciò corrisponde alla semplice necessità di sopravvivere. In "Z l'orgia del
potere" sono stati i giornalisti a distruggere tutto, ma da allora questi dipendono
sempre più dal mondo economico. Il personaggio di Dustin Hoffman si trova ad un certo
punto di fronte ad un bivio: salvare la sua carriera e distruggere Sam, o salvare Sam e
distruggere la sua carriera. È questo il momento in cui ritorniamo al vero giornalismo
come l'intendo io, cioè all'essere umano che non sacrifica nulla per rispettare l'etica.
Il film ha molte analogie con "L'asso nella
manica" di Billy Wilder. Si è ispirato ad esso?
Sì, è un film che ho visto quando andavo ancora a scuola. Ed è, naturalmente, un film
importantissimo per tutto il cinema americano. Più tardi ne ho parlato con Wilder, che mi
ha riferito molto riguardo alle condizioni storiche che hanno permesso a quel film di
esistere. Il tema del mio lavoro resta il medesimo, ma viene appunto spostato in
condizioni storiche molto differenti.
Ha preso spunti anche da eventi massmediologici reali?
Nel film ho cercato, se si può dire, di lasciare da parte la realtà, perché essa ci
sembrava molto peggiore di quanto si potesse immaginare, però ci siamo ispirati a storie
e a personaggi reali. La scena della spiaggia ad esempio non era nella sceneggiatura, è
stata presa dal servizio di un network dove un giornalista faceva la stessa compiaciuta e
orribile descrizione dei pezzi di carne umana mutilati.
Nel film esiste anche un confronto generazionale tra i
personaggi più giovani, come i manager del network, che sono rappresentati come più
cinici e senza scrupoli rispetto agli anziani giornalisti...
E' esatto ma in fondo a decidere è sempre la necessità economica. La persona anziana che
dirige la rete locale vorrebbe in effetti fare un altro giornalismo e cede ai più
giovani. Indubbiamente tra di loro c'è una visione diversa del mondo.
Perché questo finale così spettacolare?
È per una logica di mescolanza tra comico e tragedia che è presente in tutto il film. Ed
è anche una conseguenza dell'escalation isterica del personaggio di Travolta.
Può farci un bilancio della sua carriera americana?
In America ho realizzato film che non avrei potuto fare in Europa. A Hollywod ho girato
film in condizioni molto precise e ho avuto la libertà di fare quello che volevo sia in
fase di sceneggiatura, che di casting e montaggio. Senza queste condizioni non varrebbe la
pena girare film a Hollywood. Va detto che bisogna attraversare l'Oceano con un po' di
prudenza perché una volta arrivati si può trovare tanto la cosa migliore quanto la
peggiore; per me l'aspetto rassicurante sta nell'avere sempre un biglietto di andata e
ritorno. Io ho avuto fortuna anche perché sono sempre incappato in produttori, e ce ne
sono più di quanto si creda, che volevano fare del cinema interessante. In America c'è
una logica che conosciamo e che non cambia mai: a differenza di noi europei loro parlano
di cinema esclusivamente come di un prodotto e bisogna dire che anche in questo modo hanno
fatto e fanno delle opere di enorme qualità. Io ho avuto la fortuna di realizzare dei
successi sia prima di arrivare in America, sia una volta giunto a Hollywood, e così mi
sono guadagnato diverse possibilità di lavoro.
Alfonso Iuliano |