Tempi Moderni

I film del 1998


GIRO DI LUNE FRA TERRA E MARE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Giuseppe M. Gaudino
Sceneggiatura: Giuseppe M. Gaudino, Isabella Sandri, Heidrun Schleef
Fotografia: Tarek Ben Abdallah
Scenografia: Alessandro Marrazzo
Costumi: Paola Marchesin
Musica: Epsilon Indi
Montaggio: Giuseppe M. Gaudino, Roberto Perpignani
Prodotto da: Isabella SandrI, in collaborazione con Z.D.F.- RAI - Kiko Stella
(ITALIA, 1997)
Durata: 125'
Distribuzione cinematografica: ISTITUTO LUCE

PERSONAGGI E INTERPRETI

Don Salvatore Gioia: Aldo Bufi Landi
Donna Mena: Tina Femiano
Gennarino: Salvatore Grasso
Tonino: Antonio Pennarella
La Sibilla Olimpia Carlis
Agrippina: Angelica Ippolito
Nerone: Sebastiano Colla
Maria "la pazza": Antonella Stefanucci
Pergolesi: Lucio De Cicco

Se Napoli sembra essere di moda nel cinema, oltre le incomprensioni o le sopravvalutazioni di alcuni film isolati, ci si può imbattere in un debutto eccezionale come questa opera prima di Giuseppe M. Gaudino, già scenografo per Amelio in "Lamerica" e "Il Ladro di Bambini". Gaudino racconta Pozzuoli, città nobile e vetusta, ridotta a cumuli di macerie a causa dei continui terremoti. Racconta veramente la città, attraverso la sua storia millenaria, dai tempi in cui Nerone assassinò la madre Agrippina, passando per le leggende della Sibilla Cumana e di Maria la Pazza, la solitaria morte del genio Pergolesi, fino alle storie di miseria e orgoglio dei Gioia, una famiglia di pescatori costretta a continui traslochi dall'instabilità del terreno. Il figlio minore dei Gioia, Gennarino, talento calcistico in erba, alcuni anni prima dell'arrivo di Maradona a Napoli, è l'insolito narratore delle tante storie che si intrecciano come visioni oniriche, il passato col presente, il realismo drammatico con gli effetti visivi e sonori, il robusto dialetto con l'insipido italiano e con un curioso latino. La storia dei Gioia procede assieme alle reminiscenze storiche, ma ciò che conta davvero è il profilo emozionale di un film ambizioso e sofferto, la cui gestazione risale a quasi dieci anni fa, in cui la passione prevarica a tal punto le capacità visive e sceniche, da rischiare la saturazione, la noia, la caduta nel ridicolo. Sergej Ejzenstejn teorizzava cinquant'anni fa l'idea di un cinema totale in cui partitura visiva e sonora s'intersecassero senza ostacolarsi, sorreggendosi tra loro con grande maestria, secondo una costruzione che non si sarebbe dovuta mai svelare, per raggiungere contemporaneamente la sfera cosciente e le sensazioni più nascoste dello spettatore. Gaudino forse non è partito da lì, ma ha voluto comporre l'immagine di una città e della sua cultura nei secoli, senza che nessun elemento della vicenda soffocasse gli altri, ma facendo in modo che tutto, dalla musica splendida degli Epsilon Indi alla fotografia, al montaggio, ai costumi, fino ai numerosi ed opposti stili di recitazione, concorresse ad ottenerlo. Se in sala si è rimasti prevalentemente storditi e se le reazioni non saranno forse entusiastiche, speriamo che questo film "esagerato" non sia semplicemente un esperimento buono per il futuro, ma un'occasione perduta a metà.

Marco Medelin