IL
FANTASMA DELL'OPERACAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento, Gerard Brach sulla base dell'omonimo romanzo di Gaston
Leroux. Fotografia: Ronnie Tyler
Scenografia: Antonello Geleng
Costumi: Agnes Gyarmathy
Montaggio: Anna Napoli
Musica: Ennio Morricone
Prodotto da: Giuseppe Colombo
(ITALIA, 1998)
Durata: 106'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
PERSONAGGI E INTERPRETI
Il Fantasma: Julian Sands
Christine: Asia Argento
Raoul: Andrea Di Stefano
Carlotta: Nadia Rinaldi
Honorine: Coralina Cataldi Tassoni

Frutto della
fantasia di Gaston Leroux, che ne fece il protagonista dell'omonimo romanzo apparso per la
prima volta nel 1911, il fantasma dell'Opera è un personaggio che è riuscito quasi
immediatamente a ricavarsi un posto non defilato nell'ambito della cultura popolare.
Nulla di strano, dunque, ch'egli abbia ispirato diversi adattamenti cinematografici,
mettendo di volta in volta i registi in condizione di dar la stura alla propria fantasia
nell'ideare versioni sempre più immaginifiche della storia: anche se la migliore fra
tutte resta per certo la prima, quella diretta nel 1925 da Rupert Julian - sulla scorta
d'uno script assai fedele alla pagina scritta - ed interpretata da uno strepitoso Lon
Chaney, peraltro pressoché privo della consueta mascheratura orripilante.
Nell'accostarsi nuovamente alla celeberrima vicenda, Dario Argento - con l'aiuto del suo
cosceneggiatore Gerard Brach - ha voluto sottolinearne gli aspetti più romantici
aggiungendo pathos alla narrazione: lo sfortunato protagonista, questa volta non segnato
da mostruosità fisica (anzi, dotato dell'attraente sembiante di Julian Sands, peraltro
legnoso ed imbambolato nel ruolo) , diviene un trovatello cresciuto assieme ai topi e
separato dalla cosiddetta normalità soprattutto a causa d'una diversa percezione delle
cose (all'inizio, infatti, egli uccide solo laddove si sente più o meno direttamente
minacciato).
Tenendo a freno il pedale
delle sfrenatezze sanguinarie, il cineasta romano ha firmato un'opera atipica e
classicheggiante, certo meno sbracata rispetto alle sue ultime ed assai diversa da tutte
quelle precedenti: se lodevole è il tentativo del Nostro di cercar vie nuove, occorre pur
dire che il risultato finale è tuttavia inerte, decorativo, anodino nella forma ed
anonimo nei contenuti, fatta salva la validità di alcuni contributi tecnici (le belle
scenografie di Antonello Geleng, ad esempio).
Un consiglio, disinteressato, ad Argento: se tornasse alla contemporaneità ed al
thriller, magari liberandosi di quella musa gnagnosa ch'è la figlia ed evitando di
scrivere i film da sé?