L'ETÀ
INQUIETA
(LA VIE DE JESUS) CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Bruno Dumont
Soggetto e sceneggiatura: Bruno Dumont
Fotografia: Muriel Merlin
Scenografia: Frederique Suchet
Costumi: Nathalie Raoul, Isabelle Sanchez
Montaggio: Guy Lecorne, Yves Deschamps
Musiche: Richard Cuviller
Prodotto da: Jean Brehat, Rachid Bouchareb
(Francia, 1997)
Durata: 96'
Distribuzione cinematografica: BIM
PERSONAGGI E INTERPRETI
Freddy: David Douche
Marie: Marjorie Cottrel
Yvette: Genevieve Cottrel
Kader: Kader Chaatouf
Gegé: Sebastien Delbaere
Quinquin: Sebastien Bailleul
Michou: Samuel Boidin
Robert: Steve Smagghe

Desta
certo impressione questo primo film di Bruno Dumont, professore di filosofia. Molto del
merito va ascritto agli straordinari interpreti esordienti e giovanissimi che danno un
tono e un senso di verità che sono raramente riscontrabili. Questo è particolarmente
vero riguardo a Freddy-David Douche, sempre in bilico tra improvvise vampate di violenza e
di tenerezza che lo fanno straordinariamente somigliante a Takeshi Kitano anche per la sua
recitazione ritratta, con gli occhi che guardano sempre in basso (e anche questo film,
come "Hana-Bi", è pieno di silenzi vuoti e inspiegabili). E' in buona parte
merito suo la riuscita del film.
Per Dumont, che è nato e cresciuto da quelle parti, si tratta di descrivere con un occhio
partecipe e allo stesso tempo distante, fenomenologico, la vita di un gruppo di ragazzi di
Bailleul, paesino nel Nord della provincia francese, disoccupati e scorazzanti sui
motorini per le strade deserte. Siamo in estate e il sole illumina crudo i corpi e i volti
dei protagonisti. Freddy è il punto di riferimento (virile) del gruppo e infatti insieme
a Marie costituisce l'unica coppia. I due fanno l'amore molto spesso anche se senza
neanche un briciolo di romanticismo, quasi come animali: i loro atti cercano semplicemente
l'unico piacere a loro disposizione. Freddy è epilettico e sembra proprio un fascio di
nervi che a volte implodono. Nei giorni, non sembra succedere quasi niente, ma alla fine
la banda si renderà responsabile dell'omicidio di un altro ragazzo. Dumont osserva acuto
e impassibile senza fermarsi quasi di fronte a niente (alcune scene sono ai limiti
dell'hard e sono recitate da controfigure), ma con sguardo profondamente morale, il vivere
del gruppo di adolescenti di provincia e li incatena ai loro atti, sentimenti o
responsabilità che non sentono di avere: nel momento in cui vediamo Marie assistere,
senza farsi troppo coinvolgere, all'arresto di Freddy e dei suoi amici, non possiamo non
interrogarci su quello che prova e ricavarne soltanto un gran senso di abbandono. Il
regista, tra l'altro, rivela il suo passato di insegnante proprio nell'assegnare alla
banda e alla sua logica il ruolo più spietato e nel trattare con maggiore compassione e
amore i singoli (vedi il finale bressoniano con Freddy finalmente cosciente di sé come
persona morale). La frase che usa sua madre: "In fondo, non sembrava cattivo",
quante volte ognuno di noi l'ha ascoltata dai professori sui banchi di scuola?
Anche se "L'età inquieta" rimane un film bello, interessante e mirabilmente
cristiano dobbiamo rilevare una stonatura nel film: Kadar il ragazzo che viene ucciso per
aver rovinato i fragili equilibri all'interno del gruppo (corteggia la ragazza del
"capo") è un arabo, un extracomunitario. Il razzismo in questo modo fa il suo
ingresso in un film che ci pareva parlare d'altro e che fondamentalmente parla d'altro (il
percorso di un riscatto), con un fare che possiamo definire ai limiti del ricattatorio.