Tempi Moderni

I film del 1998


L'ELOGIO DELLA LENTEZZA?

1.jpg (7325 bytes)Giuseppe Tornatore contamina la velocità dello sguardo con la vertigine della lentezza."Negli occhi della gente - dice Novecento - si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto." Anche "La leggenda del pianista sull'oceano" funziona così: se ne sta immersa negli abissi del quotidiano, disuguale nella calma piatta di luci e di gesti ordinari, poi all'improvviso si gonfia, spruzza verso l'alto, deflagra, si mostra nello splendore di una luce abbagliante e quindi si sgonfia di nuovo. Su e giù, avanti e indietro. Verso la gradazione emotiva che sprofonda nella lentezza non appena si è manifestata.
"La leggenda del pianista sull'oceano" racconta di quanto non c'è nulla in Novecento che rimanendo per tutta la vita, in modo così assoluto, al proprio posto, sembri estendersi come il suo occhio e al di là di esso: l'occhio penetra, supplica, circoscrive uno spazio, vaga intorno, afferra quasi alle spalle l'oggetto desiderato e lo porta verso di sé
Il film trova nella lentezza - nei suoi tempi morti, nei suoi indugi e nelle sue impasse - il modo di restare bloccato in mezzo al niente. Ma il niente è il non-luogo ideale per tendere trappole letali. Meglio allora evitare il rischio riempiendo questo nulla con un po' di sogni. Sogni da spettatore. Anche perché un film non è mai solo un film: è l'insieme dei sogni che genera, delle aspettative che provoca, delle reazioni che suscita. Sogni e bisogni di un cinema che non c'è. Pezzi di film che forse già esistono. Se non altro nell'archivio visuale ed emotivo di chi avrà visto - amato o odiato - "La leggenda del pianista sull'oceano".
3.jpg (8167 bytes)Giuseppe Tornatore, però, è caparbio: basti pensare alle vicissitudini di "Nuovo Cinema Paradiso". Presentato in versione lunga e snobbato dal pubblico e dalla critica, il regista lo rimonta in versione breve, affronta con modestia il nuovo vaglio critico e di lì muove una fortuna tale che persino la prima versione, riproposta in televisione, si configura per alcuni come un cult.
Allora quale sfida migliore, di trarre un film e per di più un kolossal, da un monologo teatrale di cinquanta pagine che si legge in venticinque minuti e si rappresenta forse in cinquanta e ha nell'originale, come ambiente principale, se non unico, la sala da ballo di un transatlantico in navigazione tra il 1927 e il 1933? Senza dimenticare quel che fa dire Baricco al suo monologante: "Benvenuti su questa nave, su questa città galeggiante che assomiglia in tutto e per tutto al Titanic, calma, state seduti, il signore laggiù si è toccato, l'ho visto benissimo…".
Rimanendo nei sogni avrei voluto vedere un film fatto di silenzi e di musica, di sguardi attoniti e di parole inespresse, di mani che danzano sulla tastiera, di lunghe pause di riflessioni, con un narratore che fornisca appena qualche coordinata, affinché il racconto venisse affidato solo alle immagini. Un film girato in mezzo alla folla, ma che questa fosse sempre vista con gli occhi ignari e sapienti di Novecento. Ma non ho visto questo, ho visto invece un narratore con troppe parole e una musica ridondante. Peccato!

Memmo Giovannini