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L'ELOGIO DELLA LENTEZZA?
Giuseppe Tornatore
contamina la velocità dello sguardo con la vertigine della lentezza."Negli occhi
della gente - dice Novecento - si vede quello che vedranno, non quello che hanno
visto." Anche "La leggenda del pianista sull'oceano" funziona così: se ne
sta immersa negli abissi del quotidiano, disuguale nella calma piatta di luci e di gesti
ordinari, poi all'improvviso si gonfia, spruzza verso l'alto, deflagra, si mostra nello
splendore di una luce abbagliante e quindi si sgonfia di nuovo. Su e giù, avanti e
indietro. Verso la gradazione emotiva che sprofonda nella lentezza non appena si è
manifestata.
"La leggenda del pianista sull'oceano" racconta di quanto non c'è nulla in
Novecento che rimanendo per tutta la vita, in modo così assoluto, al proprio posto,
sembri estendersi come il suo occhio e al di là di esso: l'occhio penetra, supplica,
circoscrive uno spazio, vaga intorno, afferra quasi alle spalle l'oggetto desiderato e lo
porta verso di sé
Il film trova nella lentezza - nei suoi tempi morti, nei suoi indugi e nelle sue impasse -
il modo di restare bloccato in mezzo al niente. Ma il niente è il non-luogo ideale per
tendere trappole letali. Meglio allora evitare il rischio riempiendo questo nulla con un
po' di sogni. Sogni da spettatore. Anche perché un film non è mai solo un film: è
l'insieme dei sogni che genera, delle aspettative che provoca, delle reazioni che suscita.
Sogni e bisogni di un cinema che non c'è. Pezzi di film che forse già esistono. Se non
altro nell'archivio visuale ed emotivo di chi avrà visto - amato o odiato - "La
leggenda del pianista sull'oceano".
Giuseppe Tornatore, però,
è caparbio: basti pensare alle vicissitudini di "Nuovo Cinema Paradiso".
Presentato in versione lunga e snobbato dal pubblico e dalla critica, il regista lo
rimonta in versione breve, affronta con modestia il nuovo vaglio critico e di lì muove
una fortuna tale che persino la prima versione, riproposta in televisione, si configura
per alcuni come un cult.
Allora quale sfida migliore, di trarre un film e per di più un kolossal, da un monologo
teatrale di cinquanta pagine che si legge in venticinque minuti e si rappresenta forse in
cinquanta e ha nell'originale, come ambiente principale, se non unico, la sala da ballo di
un transatlantico in navigazione tra il 1927 e il 1933? Senza dimenticare quel che fa dire
Baricco al suo monologante: "Benvenuti su questa nave, su questa città galeggiante
che assomiglia in tutto e per tutto al Titanic, calma, state seduti, il signore laggiù si
è toccato, l'ho visto benissimo
".
Rimanendo nei sogni avrei voluto vedere un film fatto di silenzi e di musica, di sguardi
attoniti e di parole inespresse, di mani che danzano sulla tastiera, di lunghe pause di
riflessioni, con un narratore che fornisca appena qualche coordinata, affinché il
racconto venisse affidato solo alle immagini. Un film girato in mezzo alla folla, ma che
questa fosse sempre vista con gli occhi ignari e sapienti di Novecento. Ma non ho visto
questo, ho visto invece un narratore con troppe parole e una musica ridondante. Peccato!
Memmo Giovannini |