IL DESTINO
(AL MASSIR) CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Youssef Chahine
Sceneggiatura: Youssef Chahine, Khaled Youssef
Fotografia: Mohsen Nasr
Scenografia: Hamed Hemdane
Costumi: Nahed Nasrallah
Prodotto da: Humbert Balsan, Gabriel Khoury
per Ognon Pictures, France 2 Cinema
(EGITTO, 1997)
Durata: 135'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Averroè: Nour El Cherif
La zingara : Laila Eloui
Il califfo: Mahmoud Emeida
La moglie di Averroè: Safia El Emary



"Sentii che Averroè, che voleva immaginare quel che è un dramma
senza sapere che cos'è un teatro, non era più assurdo di me, che volevo immaginare
Averroè senz'altro materiale che qualche notizia tratta da Renan, Lane e Asin Palacios.
Sentii, giunto all'ultima pagina, che la mia narrazione era un simbolo dell'uomo che io
ero mentre la scrivevo, e che, per scriverla, avevo dovuto essere quell'uomo, e che, per
essere quell'uomo, avevo dovuto scrivere quella storia, e così all'infinito": la
citazione borgesiana, desunta da uno dei più bei racconti dell' "Aleph", ben
introduce l'argomento de "Il destino", ma rischia d'esser fuorviante rispetto
alle modalità d'approccio qui prescelte.
Infatti, non v'è traccia nel film di Youssef Chahine del gusto per la circolarità ed il
labirinto proprie dello scrittore argentino: i moduli prescelti sono invece quelli dei
più frequentati generi cinematografici - il kolossal storico ed il mélo, il western ed
il musical - nel lodevole e giusto tentativo di rendere il proprio messaggio intelligibile
ad un pubblico il più possibile vasto.
Con risultati mirabili: lungi dall'impantanarsi in colte e verbose discettazioni, la
narrazione procede fluida e spedita, vivificata dalle prestazioni di attori straordinari e
da contributi tecnici davvero eccelsi.
Presentato come propugnatore per eccellenza della tolleranza in opposizione a tutte le
forme di integralismo, Averroè appare pure l'incarnazione della superiorità della
cultura arabo-ispanica sulla rozzezza impastata di ferocia d'un Europa preda delle tenebre
dell'anima: merito del grande regista egiziano è farcelo sentire nostro contemporaneo,
coinvolgerci quasi fisicamente in un'opera che celebra la grandezza primigenia del cinema
come arte e spettacolo al tempo medesimo.