DARK CITYCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Alex Proyas
Soggetto: Alex Proyas, Lem Dobbs, David S. Goyer
Sceneggiatura: Alex Proyas
Fotografia: Dariusz Wolski (I)
Scenografia: George Liddle, Patrick Tatopoulos
Costumi: Liz Keogh
Musica: Trevor Jones (I)
Montaggio: Dov Hoenig
Prodotto da: Michael De Luca
(USA, 1998)
Durata: 98'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
PERSONAGGI E INTERPRETI
John Murdoch: Rufus Sewell
Dr. Daniel Poe Schreber: Kiefer Sutherland
Emma Murdoch/Anna: Jennifer Connelly
Mr. Hand: Richard O'Brien (I)
Mr. Book: Ian Richardson
Ispettore Frank Bumstead: William Hurt


Al suo risveglio in una
sconosciuta stanza d'albergo, John Murdoch (Rufus Sewell) scopre di essere ricercato per
una serie di brutali omicidi. Lui non ricorda nulla del suo passato e inizia così ad
indagare cercando di ricostruire confusi brani di ricordi. Grazie al provvidenziale aiuto
di un misterioso dottore (Kiefer Sutherland), Murdoch scoprirà che la Terra è dominata
da una razza di alieni chiamati "Gli Stranieri" che stanno usando gli esseri
umani come cavie da laboratorio per le loro ricerche.
Stilisticamente eccellente, il film di Alex Proyas coniuga alla perfezione la grammatica
di vari generi cinematografici (il noir, la fantascienza, il poliziesco) citando e
omaggiando sia la cultura "alta" (Kafka, il "Metropolis" di Fritz
Lang, "Blade Runner" di Ridley Scott) sia quella definita "bassa"
(l'inizio, con il risveglio accanto al cadavere nella stanza d'albergo, è un omaggio
esplicito al comic book di Frank Miller "Sin City").
La tensione è costante, così come la sospensione
dell'incredulità dello spettatore che, sin dai primi fotogrammi del film, viene immerso
in un mondo irreale e disturbante con la sensazione che nulla sia alla fine ciò che
sembra. Peccato per il finale sbrigativo in cui, con una inopportuna svolta
"avventurosa", si danno più spiegazioni di quanto sia realmente necessario,
distruggendo in parte l'arcana atmosfera del film. Malgrado ciò "Dark City",
con i suoi eleganti esercizi di stile, rimane un film riuscito, con il pregio non comune
agli odierni film americani di fondare la sua filosofia su un pessimismo che non ammette
redenzione. La felicità, come il suo contrario, è sempre relativa e temporanea e, a
volte, dipende dal sogno di una sola persona.