Tempi Moderni |
I film del 1997 |
|
| WILDE CAST TECNICO ARTISTICO Regia: Brian Gilbert PERSONAGGI E INTERPRETI Oscar Wilde: Stephen Fry Oscar Wilde, ovvero un omosessuale. Un modello di stile e di comportamento, un caso storico di violenza benpensante, una figura di intellettuale che ha dato una scossa al pensiero occidentale, magari con più classe di Nietzsche, ma prima ancora un omosessuale, comunque e sempre. Un'etichetta che lo segna ancora oggi con insistenza, condizionando, prima d'ogni pagina, d'ogni verso, d'ogni battuta, l'atteggiamento che si ha nei riguardi della sua opera, i suoi famosi aforismi, le oscure profondità della "Salomè", perfino le fiabe. Proprio una fiaba, quella del gigante egoista, cuce con tenerezza la storia della sua vita così come ha scelto di presentarcela Brian Gilbert. La fiaba crea sempre un'attesa, che cresce sempre più, per schiudersi finalmente e lasciare poi un doppio sentimento di soddisfazione e di irrequietezza. Una fiaba dalla lunga gestazione è quella che racconta il giovane padre Oscar Wilde ai suoi due figli. Una fiaba, dietro la quale si nasconde una tragedia, è ancora quella che vive il giovane omosessuale ammogliato Oscar Wilde davanti all'audacia dell'amico Robbie Ross, che riesce per primo a spogliarlo del fardello di malcelate inibizioni che lo sta soffocando. Un bell'amico, Robbie, pronto ad approfittare dell'ospitalità e dell'amicizia della signora Wilde per soffiarle il marito, ma anche un amico vero che ha capito Oscar meglio degli altri, che lo ama, anche se diversamente dagli altri e che soprattutto lo rispetta e lo venera per tutta la vita, all'opposto di quello che faranno quasi tutti gli altri. Robbie è anche l'unico capace di lasciarlo libero, dopo averlo svezzato, tra le braccia di una lunga serie di ragazzi, senza per questo smettere di amarlo. E' capace di lasciarlo, senza mai perderlo d'occhio, al più pericoloso e affascinante di tutti, il Lord Alfred Douglas che sarà per l'eternità Bosie, creatura metà angelo e metà diavolo, causa d'infamia e di dolore, dal cui sguardo non è però possibile fuggire. Dall'altra parte, la presenza costante della moglie di Wilde, che nel brusio di tutto un secolo è rimasta spesso un dato statistico, ma che seppe sostenere e accettare il marito contro l'opinione dei molti che la invitavano ad abbandonarlo.Tutto questo ha raccontato e intrecciato con dignità e gusto Brian Gilbert, scansando la trappola agiografica come quella moralista e riducendo al minimo indispensabile il rischio di accademia.Avvalendosi dell'interpretazione eccezionale di Stephen Fry (un'ovazione a Venezia), ha preferito, tra tante citazioni, la piccola fiaba del gigante come simbolo dell'uomo Wilde, con le sue insicurezze e debolezze. Un uomo in imbarazzo nei festini gay d'alto bordo, tra odori di velluti e di proibizione; dedito al lavoro per un pubblico osannante, pronto subito a rivoltarglisi contro; un padre negligente (non diverso da molti altri padri eterosessuali dell'epoca), che sapeva però farsi attendere e amare dai due bambini che un giorno gli avrebbero portato via. Senza però tralasciare il Genio, come nella conversazione-duello col ruvido padre di Bosie, che per una sera resterà incantato da quella stessa intelligenza che un giorno umilierà e spingerà alla rovina.Wilde lo sconfigge senza ricorrere alle sue taglienti arguzie: lo seduce (e lo preoccupa insieme), alternando perfettamente le parole ai silenzi. Lo sa ascoltare e lo riesce persino a rendere interessante, un po' come faceva la piccola bambina Momo, che faceva provare, a chiunque avesse davanti, la sensazione che in questo mondo era anche lui importante, che anche lui aveva qualcosa di interessante da dire. Anche se non era omosessuale. Marco Medelin |
||