VIAGGIO AL
PRINCIPIO DEL MONDO
(VOYAGE AU DEBUT DU MONDE) CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Manoel De Oliveira
Soggetto: dalla storia vera di Yves Afonso
Sceneggiatura: Manoel De Oliveira
Fotografia: Renato Berta
Scenografia: Maria José Branco
Montaggio: Jean Paul Mugel
Musiche: Emmanuel Nunes
Prodotto da: Paulo Branco
(Portogallo, Francia, 1997)
Durata: 93'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Manoel: Marcello Mastroianni
Afonso: Jean-Yves Gautier
Judite: Leonor Silveira
Duarte: Diogo Doria
Maria Afonso: Isabel De Castro


Quattro individui percorrono su una monovolume la strada che senza troppa
retorica possiamo definire della memoria. I ricordi di Manoel, il regista, si intrecciano
con la ricerca e il recupero dei luoghi e tempi perduti dell'attore Afonso, nato in
Francia ma di padre portoghese. Si va verso il villaggio dove è rimasta una zia di
Afonso, ma la macchina da presa inquadra la strada esclusivamente all'indietro perchè qui
si tratta di un moto di ricupero, di un ritorno e insieme di un distacco. Partecipano
anche Judite, malizioso eterno femminino, rappresentante di un sempre possibile nuovo
inizio e Duarte, la storia del popolo e della nazione lusitana. La memoria con i suoi
ricordi opposta a ciò che ne rimane oggi restano su due piani distanti, Manoel rievoca
appena qualche storiella su ciò che molti anni prima prima prendeva tanta importanza,
dapprima i luoghi quasi non si ritrovano o riconoscono, poi comunque se ne resta
all'esterno. La zia di Afonso non riesce a comprendere che un suo nipote di sangue possa
parlare una lingua diversa dalla sua, ma l'insistenza del nipote o forse il mistero
dell'atavismo ne hanno la meglio, il legame si rinsalda. Montato senza un flash-back
perché come dice De Oliveira "tutto ciò che si fa al cinema è già
flash-back", in una linearità invertita che scorre serena verso il principio o la
fine del mondo, "Viaggio al principio del mondo" si gioca tutto sull'opposizione
di due piani: infanzia/vecchiaia, memoria/atavismo, parola/immagine ed è un film segnato
da una coscienza oscura: il ricordo è solo un feticcio distrutto dal tempo, il sangue, la
carne rinserrano invece anche un legame compromesso, siamo tutti dei Pedro Macao - la
statua anch'essa ricordata e ritrovata semidistrutta che è l'immagine simbolo del film -
costretti a portare un'enorme trave sulla spalla, senza poter cedere nemmeno un istante al
peso dei secoli che ci portiamo appresso. Non sembra questo, pur bello e commovente, il
miglior De Oliveira degli ultimi tempi - non al livello, per altro sublime, di
"Party" di cui riparleremo tra poche settimane. Purificatosi o disseccatosi il
talento del regista portoghese rispetto ai tempi fluviali cui ci aveva abituati da
"Amor de perdiçao" in poi, sembra aver guadagnato una eccezionale nitidezza, un
rilievo dell'immagine che diventa a tratti materia di impassibile, solenne ambiguità, ma
che qui in qualche momento si concede delle pause d'incertezza, dovute probabilmente a una
costruzione sempre a un passo dal compiacersi dei suoi multipli, abili giochi di specchi e
di rimandi. Ultima interpretazione di Marcello Mastroianni che aggiunge - e come non
potrebbe? - un velo di malinconia e di commozione.