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Introduzione
Scrivere su Vertigo (in italiano "La donna che
visse due volte"), dopo tutte le critiche e gli studi che sono stati fatti può
sembrare superfluo o addirittura ambizioso. Il film è riuscito nelle sale americane dopo
una paziente opera di restauro effettuata da Robert Harris e James C.Katz, (gli stessi che avevano già provveduto al restauro di "Lawrence
d'Arabia", "Spartacus"e "My Fair Lady") che hanno recuperato gli
originali negativi in Vistavision e hanno ristampato il film in 70 mm, dopo averlo
addirittura rimissato in Dolby Surround THX. Ma, nonostante tutto questo, il film, uscito
in Usa da poco meno di un mese, è rimasto due giorni in un cinema di San Francisco (il
celeberrimo Paramount di Oakland di cui vi ho parlato in un articolo di qualche mese fa) e
l'unica copia rimasterizzata presente nel videostore della città non viene affittata mai
da nessuno. Resta il fatto però che, a discapito dell'insuccesso commerciale
dell'operazione, il film rimane uno dei più grandi della storia del cinema.
Si è scritto moltissimo sugli aspetti psicologici del film (l'ossessione di Hitchcock per
Kim Novak, il re-make di una donna d'accordo con la personalità del regista, la paura
verso le donne di cui soffriva Stewart). Si è anche detto (Martin
Scorsese) che "Vertigo" è un film personale, dove Hitchcok ha svelato i suoi
sentimenti più intimi. La mia analisi prescinde però dagli aspetti psicologici del film ed è esclusivamente artistica.
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