UOMO D'ACQUA
DOLCE CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Antonio Albanese
Soggetto e sceneggiatura: Antonio Albanese e Vincenzo Cerami
Fotografia: Massimo Pau
Scenografia: Sonia Peng
Costumi: Claudia Tenaglia
Montaggio: Cecilia Zanuso
Musiche: Nicola Piovani
Prodotto da: Vittorio e Rita Cecchi Gori
(Italia, 1997)
Durata: 92'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
Distribuzione home video: CECCHI GORI HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Antonio: Antonio Albanese
Beatrice: Valeria Milillo
Goffredo: Antonio Petrocelli
Tonina: Sara Anticoli
Patrizia: Emanuela Grimalda
Patrizio: Stefano Sarcinelli
Portiere: Valerio Isidoro

Dagli
sketch televisivi di "Mai dire gol" al cinema forse il passo non Ë poi tanto
lungo. Antonio Albanese, dopo il ruolo da protagonista nel recente "Vesna va
veloce" e una buona gavetta teatral-televisiva, debutta certo a sorpresa alla regia
cinematografica.
Già pronti ad arricciare il naso contro l'intruso? Mica tanto, perché il vecchio Alex
Drastico dimostra una bella mano, direi quasi una solidità di mestiere che sorprende, e
una comicità che regge non solo alla più estesa lunghezza di un racconto, ma,
soprattutto, alla diversa esposizione e spazialità del cinema. A noi - ma non so se qua,
forse più che altrove, dovrei parlare al singolare - questo cinema comico e in prima
persona piace quasi istintivamente; sarà perché a riguardo c'è una buona tradizione che
inutile dirlo amiamo appassionatamente, ma vedere attor comici così bravi a scatenarsi,
divincolarsi, quasi a strapparsi dal loro corpo e dei loro panni sullo schermo ci
entusiasma sempre. Così, insomma, fa l'Antonio del film, doppio - facile dirlo - di
quello reale o televisivo - e per noi, d'altronde, non fa differenza - che, echeggiando
trame anche un po' banalmente pirandelliane, recita la parte dell'uomo spaventato dalla
società, che rigetta il malessere in una gestualità nevrotica, priva di senso e
dall'andamento davvero molto atipico. Albanese percorre le scene in lungo e in largo, in
tutte le direzioni, cammina come un'anatra per una buona metà del film - tanto che viene
da pensare che per i cinque anni della sua sparizione non abbia in realtà fatto altro che
camminare - ; poi si direbbe che improvvisi quando crea irresistibile scompiglio in un
negozio di articoli musicali: sono i pezzi forti del film, consegnati quasi esclusivamente
allo stesso occhio di regista e corpo di attore, in cui sembra esserci la volontà di fare
una poesia leggera, affidandosi a una certa semplicità o anche arcaicità dei modi della
rappresentazione, a dei colori allegri nonostante tutto.
Detto questo, il film ha anche dei difetti che vorremmo dimenticare e che però fanno
parte di ciò che sempre più spesso si deve rimproverare al cinema italiano
contemporaneo. Sceneggiato dal protagonista insieme a Vincenzo Cerami, il film ha in parte
le stesse carenze che caratterizzano le ultime sceneggiature di quest'ultimo, con
particolar riferimento a "Il mostro" e anche a "I pavoni". Difetti che
si possono riconoscere in una eccessiva pesantezza del senso, che emerge soprattutto in
tutti i frangenti in cui l'azione del protagonista sembra più scritta e guidata, fino a
farla apparire qualche volta legata. Un calcare la mano accentuato sugli aspetti di
critica sociologica e politica che non possono non finire che in allegorie banali; un
eccesso presuntuoso di significazione che, oltre a togliere al film quel carattere di
irrealtà spiritosa e fiabesca, ne affievolisce la bellezza, che, come sempre, deve
rimanere almeno un po' un libero gioco dell'immaginazione.