MARIANNA
UCRIA
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Roberto Faenza
Sceneggiatura: Roberto Faenza, Sandro Petraglia
tratta dal romanzo "La lunga vita di Marianna Ucrìa" di Dacia Maraini
Fotografia: Tonino Delli Colli
Scenografie, Costumi, Arredamenti: Danilo Donati
Montaggio: Roberto Perpignani
Musica: Franco Piersanti
Prodotto da: Vittorio e Rita Cecchi Gori
(Italia, Francia, Portogallo, 1997)
Durata: 108'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
Distribuzione home video: CECCHI GORI HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Marianna Ucrìa: Emmanuelle Laborit
Duca Pietro: Roberto Herlitzka
Duca Signoretto: Philippe Noiret
Maria: Laura Morante
Saro: Lorenzo Crespi
Giuseppa: Laura Betti
Grass: Bernard Giraudeau
Pretore Camaleo: Leopoldo Trieste
Eva Grieco: Marianna bambina


Roberto Faenza, il grande imbalsamatore. Con la scusa della memoria
e dell'attualita' del passato (gli stessi principi, a ben vedere, di Gigi Magni, il
"comicarolo"), impugna il suo rampino di dimensioni cospicue, con l'aiuto magari
di un romanzo di successo, e realizza drammi storici che hanno l'aspetto delle torte
glassate: automobili lustrate con la cera, ville signorili o baracche principesche, in
mezzo alle quali gli attori soffrono, prigionieri dei costumi: tutto e' troppo curato,
troppo ricostruito, da lasciare la tentazione di vedere se dentro i cassetti ci siano i
centrini e le posate d'epoca, per cui tanto si sfotteva Visconti. Cosi' almeno Sostiene
Pereira. Ma Pereira ora ci invita a guardare con attenzione, senza pregiudizi, questo
film.
Un grande sforzo produttivo, un romanzo formidabile e crudele, l'arte magica di Danilo
Donati, la luce di Tonino Delli Colli, le splendide musiche di Franco Piersanti, l'occhio
inesorabile di Roberto Perpignani ed una sostanzialmente buona prova d'attori: puo'
bastare? Ecco che allora Faenza riesce a trasmettere i dubbi, i desideri, le paure, tutte
le emozioni che puo' provare un essere umano nel corso della propria lunga vita, e puo'
riferirle a tutti, pur attribuendole sullo schermo ad una giovane donna sordomuta che vive
nella Sicilia del Settecento (un'epoca che ora va molto di moda, simbolo prefiguratore dei
nostri giorni). Marianna Ucria, bambina di nobile e ricca famiglia, priva dalla nascita
dei due sensi che permettono la comunicazione con il mondo, viene data in sposa ad un suo
zio non proprio giovane e bello, con il passo incerto e le fosse sotto gli zigomi, come
Eduardo De Filippo. Dopo una prima notte di nozze fatta di schifo e di terrore, ritornera'
in lacrime tra le braccia del nonno, pronto a farsi, da allora in avanti, garante della
felicita' che la vita puo' riservare a chi non parla e non sente.
Marianna
diventa una donna e queste sue gravi mancanze divengono lo stimolo per guardare oltre,
un'avidita' di conoscere, per la quale trovera' un alleato imprevisto, inviso all'ambiente
pettegolo e bacchettone, uno studioso di filosofia e di lingue, ma, soprattutto, del
recente linguaggio creato appositamente per i sordomuti: quando l'invidia dei fratelli e
la gelosia dell'anziano marito riusciranno a sbarazzarsi del pericoloso gentiluomo,
Marianna avra' gia' imparato a comunicare con i propri figli e con le persone di cui si
fida, sara' una donna vera, piu' forte di tutto il mondo che la circonda, e riuscira' a
fare luce sul segreto che la attanaglia e a proseguire inarrestabile nel suo cammino. La
storia affascina, coinvolge e fa male, lascia dentro qualcosa che non e' solo sostegno al
debole che diventa forte, ma partecipazione vera al dramma di chi non puo' esprimere cio'
che prova, alla diversita' che sconfigge tutti i supposti "uguali".
Rimangono, purtroppo, molte tracce di zucchero, e qualche ammiccamento fuori misura (vedi
il finale), ma l'operazione nel complesso funziona, a dimostrazione che si puo' tentare
qualche sortita fuori dal minimalismo, senza che sull'una o sull'altra strada vengano
scagliati gli anatemi di una critica perbenista: chi si e' divertito lasci pure che
Wenders e Tarantino si scannino tra loro.