Tempi Moderni

I film del 1997


TANO DA MORIRE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia e sceneggiatura: Roberta Torre
Collaborazione alla sceneggiatura: Gianluca Sodaro, Enzo Paglino
Fotografia: Daniele Ciprì
Scenografia: Claudio Russo, Fabrizio Lupo
Costumi: Antonella Cannarozzi
Canzoni e musica: Nino D'Angelo
Coreografie: Filippo Scuderi
Montaggio: Giogiò Franchini
Prodotto da: Donatella Palermo e Leos Kamsteeg per A.S.P. srl,
in collaborazione con Dania Film, Vip National Audiovisual, Lucky Red, Raitre, Tele+, la città di Palermo,
Dipartimento dello spettacolo della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
(ITALIA, 1997)
Durata: 80'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
Distribuzione home video: LUCKY RED

Se "I vesuviani" è stato il botto negativo della 54 mostra del cinema di Venezia, il suo vero contraltare, sorpresa (ma quanto?) piacevolissima, evento positivo, orgoglio d'eccezione del nostro cinema che, una volta tanto piace anche agli stranieri e sorprende tanto loro che noi, è stato il film di Roberta Torre, milanese trapiantata a Palermo, autrice di un mediometraggio dedicato a Nino D'Angelo, che, per l'occasione, ha voluto ricambiarla, regalando al suo film le musiche più gettonate sul Lido. "O rap 'e Tano", "Simm'a mafia" e le canzoni patetiche, i cui testi sono stati scritti sul retro di minuscoli "santini" con le immagini dei protagonisti del film, e distribuiti all'ingresso delle proiezioni, hanno accompagnato una vicenda che è e non è un musical, che si ciba del cattivo gusto, sancendo l'irreversibile trionfo del brutto al cinema, che diverte con scenette deliranti di signore attempate in pantofole col ciuffo e casco da parrucchiere in testa o mafiosi ballerini, deliziosamente effeminati. Il funerale di Tano in mezzo alla sterpaglia, il suo omicidio in un ripetuto flashback, con punto di vista del morto e servizio giornalistico di tv locale, il matrimonio della sorella di Tano, la più bella, bellezze mai viste finora sullo schermo, ed ancora l'ingresso nella mafia col suo rituale non più triste, ma in stile Broadway, riadattato alle esigenze paesane e baraccone: personaggi indimenticabili, come il grasso verduraio ubriaco, testimone della fuga del killer o la signora che agita i barattoli di melanzane fuori tempo rispetto alle altre. Tutto con un dubbio che va fugato: se sia, infatti, lecito parlare di mafia, di stragi, di dolore in questo modo, o se non sia piuttosto giusto continuare a vedere Claudio Amendola con le sue sofferenze intestinali ed i toni cupi di un servizio del telegiornale, magari in bianco e nero, come quello parodiato nel film della Torre. A noi la risposta viene facile, e crediamo che, se un'utilità può mai avere un film in problemi eccezionali come la mafia, forse ce l'ha proprio questo, in cui i mafiosi si vedranno brutti, cornuti, finocchi, gabbati e puzzolenti, uccisi talvolta dalla moglie che preferisce il delitto, la solitudine, il rimorso a dover convivere còn'omm'e'niente, come canta sconsolata una vedova avvolta nella sua parrucca turchina.

Marco Medelin