IL SENSO DI
SMILLA PER LA NEVE
(SMILLA'S SENSE OF SNOW) Regia: Bille August
Sceneggiatura: Ann Biderman,
sulla scorta dell'omonimo romanzo di Peter Hoeg
edito in Italia da Mondadori
Fotografia: Jorgen Persso
Scenografia: Anna Asp
Costumi: Barbara Baum
Montaggio: Janus Billeskov-Jansen
Musica: Harry Gregson-Williams e Hans Zimmer
(Usa, 1997)
Durata: 115'
Distribuzione cinematografica: MEDUSA
Distribuzione home video: MEDUSA
PERSONAGGI E INTERPRETI
Smilla: Julia Ormond
Il meccanico: Gabriel Byrne
Tork: Richard Harris
Elsa Lubing: Vanessa Redgrave
Moritz: Robert Loggia
Nata in Groenlandia, Smilla Jasperson si è trasferita e vive a
Copenhagen; donna indipendente e piena di risorse, ella sente di appartenere a due culture
molto differenti e per questa lacerazione vive da solitaria, da outsider.
Quando Isaiah, un bambino groenlandese di sei anni della comunità di Copenhagen, viene
trovato morto a faccia in giù nella neve dopo una caduta dal tetto di casa, la polizia
archivia il caso come un tragico incidente. Ma Smilla sa che egli soffriva di vertigini, e
comincia ad indagare per suo conto sul tragico accaduto: viene così a scoprire che la
madre del piccolo, dalla morte del marito avvenuta per una misteriosa esplosione durante
un viaggio di esplorazione in Groenlandia, riceve una pensione di vedova insolitamente
generosa da una potente e sinistra società...
C'erano due maniere di tradurre in immagini "Il senso di Smilla per la neve",
best-seller internazionale dello scrittore danese Peter Hoeg, subito al centro d'una gara
tesa ad assicurarsene i diritti cinematografici: concentrarsi sul ritratto della
protagonista e sul versante psicologico della storia, oppure seguire la strada del
fantathriller con insoliti sfondi.
August ha scelto quest'ultima risolutamente, sfrondando all'osso il romanzo e limitandosi
ad inscenare il plot avventuroso, con esiti deprimenti: cadenzato su ritmi soporiferi, il
film pencola tra il sentimentale ed il similbondiano senza mai risultare avvincente o
convincente, a scorno dei magnifici contributi tecnici e della buona volontà degli attori
(tuttavia, Byrne risulta spaesato, Harris - nel ruolo del vilain - francamente risibile).
D'altro canto, dal regista più premiato (due volte vincitore del Festival di Cannes) e
tedioso ("Pelle alla conquista del mondo", "Con le migliori
intenzioni", "La casa degli spiriti": una trilogia da knock-out) del
pianeta, era lecito attendersi qualcosa di meglio o di più?