SETTE ANNI IN
TIBET
(SEVEN YEARS IN TIBET)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Jean-Jacques Annaud
Sceneggiatura: Beck Johnston
Fotografia: Robert Fraisse
Scenografia: At Hoang
Costumi: Enrico Sabbatini
Montaggio: Noelle Boisson
Musica: John Williams
Prodotto da: Jean-Jacques Annaud, John H. Williams Iain Smith
(USA, 1997)
Durata: 135'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
Distribuzione home video: CECCHI GORI HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Heinrich Harrer: Brad Pitt
Peter Aufschnaiter: David Thewlis
Ngawang Jigme: B.D. Wong

1939:
l'ambizioso alpinista austriaco Heinrich Harrer, incensatissimo presso i suoi, lascia la
giovane moglie incinta per avventurarsi su un'irraggiungibile cima del Tibet. La donna
partorirà pochi mesi dopo tra le braccia di un altro uomo, mentre la spedizione del
marito, costretta a desistere dall'impresa, viene catturata dagli inglesi e rinchiusa in
un campo di prigionieri di guerra. Dopo molti tentativi solitari andati a vuoto, Harrer
riesce a fuggire insieme ad alcuni compagni, che presto abbandona per ritentare da solo
l'agognata impresa. Il Tibet però è un mondo a sé, con regole e modi di vita che non
sono quelli occidentali e venutone a contatto, Harrer comincia una nuova esistenza,
anch'essa piena di soddisfazioni e di amarezze: diviene una sorta di precettore
confidenziale del giovanissimo Dalai Lama ma, dopo la moglie e il figlio lontano che lo
rifiuta, perde anche la donna tibetana della quale si era innamorato e che gli preferisce
il suo compagno di fuga. Infine, per concludere le vicende storiche, ecco anche la
rivoluzione comunista e l'invasione del Tibet, viste con gli occhi di un occidentale ormai
acclimatato.
Un corposo agglomerato di elementi drammatici, storici, sentimentali e
patetici, sotto le utili ali dell'avventura e della strizzata d'occhio umoristica, che
però non riesce mai a quagliare in nulla di definito e non ha neppure il respiro
sufficiente per essere l'affresco che si proponeva. Due ore e un quarto di buona noia,
inframezzate da belle scene, da alcuni spunti non troppo nuovi, con una tensione che non
supera mai quella dei primi minuti, quando gli scalatori rischiano di precipitare giù
dalla montagna. Uno sguardo su una cultura complessa e affascinante come quella tibetana,
rispettosa e pacifica, in contrasto tanto con l'invasore comunista che con lo straniero
mitteleuropeo: tutto però attraverso l'ottica occidentale, presuntuosa, spettacolare e
anche molto curiosa, quando ad assistere alle violenze comuniste è un invasato nazista.
Le ottime scelte tecniche, i sofisticati effetti al computer, invisibili sullo schermo,
non vengono però supportati (o forse non lo permettono) da altrettanto coraggio nelle
riprese. Il finalino da operetta, infine, sembra appiccicato lì senza troppo pensarci,
soprattutto per non farci uscire dalla sala troppo tristi. Un'ultima curiosità:
attenzione al saluto finale tra Harrer e il Dalai lama adolescente, che porta un bel paio
d'occhiali, che sui manifesti del film hanno deciso di censurare perché, probabilmente,
antiestetici per un personaggio di tale rango.