ROMEO+GIULIETTACAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Baz Luhrmann
Sceneggiatura: Craig Pearce, Baz Luhrmann
Tratto dall'opera omonima di William Shakespeare
Fotografia: Donald M. McAlpine
Scenografia: Catherine Martin
Costumi: Kym Barrett
Montaggio: Jill Bilcock
Musica: Nellee Hooper
Prodotto da: Gabriella Martinelli e Baz Luhrmann
(USA, 1996)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: 20TH CENTURY FOX
Distribuzione home video: FOX VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Romeo: Leonardo Di Caprio
Giulietta: Claire Danes Frate Lorenzo: Pete Postlethwaite
Mercuzio: Arnold Perrineau
Fulgenzio Capuleti: Paul Sorvino
Gloria Capuleti: Diane Venora
Nutrice: Miriam Margolyes
Montecchi: Brian Dennehy
Carolina Montecchi: Christina Pickless

Che
scopo ha riproporre per l'ennesima volta la storia di quei due poveri disgraziati,
pericolosamente ammalati d'amore, osteggiati dalle rispettive famiglie e vittime di un
tragico equivoco?
La storia di questo sentimento "ostacolato da odio tramandato" fa sicuramente
presa su tutti, ma da tutti e' stata, almeno a grandi linee, masticata e digerita, ed
alcune frasi celebri sono state talmente utilizzate, nelle situazioni piu' varie, che al
solo presagirle viene spontaneo sorridere. Invece il regista australiano Baz Luhrmann ha
pensato di riprendere il tutto, facendo alla maniera sua, spacciandolo per un fracassone
falso gotico, trasferendone i personaggi, le vicende, le singole battute in una metropoli
moderna, che avesse dell'ambientazione classica il sapore, l'anima. Con il pensiero
rivolto costantemente a Miami Beach, ha scelto alla fine la piu' assurda delle megalopoli,
Citta' del Messico. Cosi' la turbolenta citta' scaligera vista con gli occhi di un inglese
di quattro secoli fa, si e' trasformata in una violenta citta' marittima dagli alti
grattacieli, circondata di immagini sacre, dal buffo nome (ma sara' buffo, probabilmente,
solo per noi italiani) di Verona Beach.
Il colpo inferto ai romantici ed agli abitanti della citta' veneta e' secondo solo a
quello che prendera' ai leghisti puri e duri, costretti a sentir chiamare Mantova, luogo
dell'esilio di Romeo, una pianura deserta con una mezza dozzina di roulottes.
Detto
degli ambienti esterni, bisogna avvertire che i sanguinari Capuleti e i loro poco teneri
rivali, girano per la citta' in automobili sportive, armati di gingilli metallici fino ai
denti, metallici anch'essi. Vestiti gli uni come i pistoleri coatti dei film di Tarantino
o dei fratelli Coen, gli altri con grosse camicione floreali, passano le loro giornate a
bucherellarsi avidamente, mettendo a soqquadro la citta' e scatenando le ire di un uomo di
colore giusto e potente, con la divisa da poliziotto, che risponde, ahime', al nome di
Principe.
Tutta l'azione e' introdotta da un prologo in versi letto dal giornalista di un tg da un
piccolo schermo; questi, al quale spettera' anche il compito di chiudere il film, ricorda
molto da presso i menestrelli rap utilizzati da Mel Brooks per il suo "Robin
Hood", con la semplice differenza che, in quel caso, l'intento umoristico era
studiato.
Altre simpatiche trovate infarciscono poi l'azione in questo "mondo ricreato",
come l'ha definito il suo autore: accelerazioni e decelerazioni, per sottolineare alcune
scene comiche o drammatiche, un frate tatuato e una balia spagnola, ed un incontro non
piu' platonico tra i due amanti nelle acque della piscina di casa Capuleti.
L'erotismo, comunque, non affiora piu' di tanto: ce n'era probabilmente molto di piu'
nella versione swinging-classica di Franco Zeffirelli. Dato che ci siamo, diciamolo una
volta per tutte che preferiamo quel "Romeo e Giulietta" e passiamo da
bacchettoni, incapaci di amare questo film, che, invece, crediamo, piacera' molto ad una
buona fetta di pubblico: ci si presenta un'occasione quasi unica per rivalutare il regista
fiorentino, sia pure per la sua opera piu' bella, e quindi la cogliamo al volo.
Questa
versione tarantolata e' certamente fatta con cura, intelligente, per quanto presuntuosa,
ed ha un paio di scene davvero riuscite, come la morte di Mercuzio sulla spiaggia, e
quella dei due ragazzi, avvolti in una piantagione di candele, e con qualcosa di
trasgressivo rispetto alla consuetudine.
Ma il frastuono assordante che si e' costretti a subire per due ore, la mancanza di unita'
nello stile e la conseguente scarsa credibilita' di buona parte della narrazione, fanno
pensare ad una ricca ma pacchiana imitazione di Derek Jarman e dei suoi mille anacronismi
teatrali. Cosi', se pure la stessa teatralita' e' stata accuratamente evitata, dando
grande spazio all'azione e al movimento, questi risultano pero' eccessivi, fatti alla
maniera di Tarantino, estremo opposto dell'artista inglese. Magari ci sono meno parolacce,
ma i meriti di questo vanno allo scrittore dei dialoghi. Che non e' Baz Luhrmann.