PER SCHERZO
(POUR RIRE)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Lucas Belvaux
Soggetto e sceneggiatura: Lucas Belvaux
Fotografia: Laurent Bares
Scenografia: Dominique Pinto
Costumi: Nathalie Raoul
Montaggio: Danielle Anezin
Musiche: Riccardo del Fra
Prodotto da: Paulo Branco - GEMINI FILMS
(Francia, 1996)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
Distribuzione home video: BMG
PERSONAGGI E INTERPRETI
Alice: Ornella Muti
Nicolas: Jean-Pierre Léaud
Gaspard: Antoine Chappey
Juliette: Tonie Marshall
Charpin: Philppe Fretun


Alice,
autentica "principessa del foro" di Parigi, tradisce il suo uomo, Nicolas, con
il buon Gaspard, aitante fotografo sportivo. Quando la relazione tra due amici della
coppia va improvvisamente in frantumi, per Nicolas comincia a essere tempo di atroci
sospetti. Seguiranno, improbabili dissimulati e allo stesso tempo sfacciati, tentativi di
porre rimedio alla situazione.
Schematismo semplice, con il vantaggio di essere economico, di una vicenda classica - e
che mi permette di riassumerla in così poche parole. Il marito cornuto (le mari cocu), la
moglie infedele (la femme infidèle) e l'amante (l'amant), ovvero i protagonisti della
più tipica commedia boulevardiere o vaudeville francese sono gli stessi del film di Lucas
Belvaux, in una ripresa che considera abilmente la parte che il cinema ha avuto nel
continuare questa tradizione. Quindi niente di più naturale che pensare a Lubitsch e al
Truffaut che lo ha riletto (da "Baci rubati" in poi, e qui naturalmente si è
autorizzati a vedere in Nicolas un Antoine Doinel già cinquantenne), cardini
dell'intrapresa di Belvaux, rivisitazione e insieme variazione applicata a forme che
devono essere parimenti oggetto di studio e di puro divertimento. Applicazione di regole
conosciute e loro parziale trasformazione in una concezione che vede vita e arte, qui
intese sicuramente come un tutt'uno inscindibile, continuamente riplasmate nella
rappresentazione, distanziate quanto basta per permettere di attingere a quel bene supremo
che è l'ironia senza freddezza. Interpretato da una coppia insolita - Muti-Léaud - che
forse proprio per questo riesce a sorprendere, il film ha dalla sua una brillante
capacità di scrittura evidenziata da un andamento a scatti, mai troppo nervosi, in cui
personnaggi e situazioni solo a tratti coincidono per poi daccapo inseguirsi, allontanarsi
in una risata che arriva precisa, quasi ad orologeria, quando il protagonista ignaro di
turno diventa vittima dell'ordito altrui - e certo tutti più in generale sono le vittime
del disegno complessivo del film.
Disegno, meccanismo che denuncia chiara la sua
crudeltà e insieme la sua inafferabilità e che qui sembra incarnato dal Léaud-Nicolas,
sorta di simpatico e allucinato deus ex-machina, che, senza neanche parerlo, nel suo sogno
di rimettere ordine nel caos dei sentimenti, costruisce un labirinto maniacale nel
reticolo del quale non si può proprio capire quanta parte abbia la sua volontà o il
caso, labirinto che com'è naturale, ambivalenza sconcertante della commedia, costituisce
anche una (sua) prigione. Ma anche congegno che si sfilaccia, che sacrifica qualcosa della
sua ritmata ineluttabilità a una comprensione più reale dei dolori dei personaggi, come
nell'episodio del vomito di Nicolas, alla conclusione di una divertente scena, fin allora
nel più classico stile, divisa tra gli amanti sul letto e il marito nascosto
nell'armadio. Ingranaggio burlesco ma comunque misteriosamente aperto, farsesco senza
essere caricaturale, il film congiura con gli stereotipi e ci impone infine la sua
intelligente attitudine alla pazienza, risolta in un tono libero e nella fiducia che i
personaggi-attori - e qui il nervosismo frenetico di Léaud sempre in fuga dal centro
dell'inquadratura aiuta molto - se ne guardino bene dal cadere nelle "gabbie"
che fanno comodo solo ai critici. Prigionieri, forse, ma non delle interpretazioni.