NEL PROFONDO
PAESE STRANIERO CAST TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia: Fabio Carpi
Fotografia: Fabio Cianchetti
Scenografia: Carmelo Agate
Costumi: Silvana Carpi
Montaggio: Bruno Sarandrea
Prodotto da: Gam Film, Blue film, Sunshine,
Amka Films, RAI, CANAL +, SSR/TSI,
Dipartimento della Istruzione e della cultura del Canton Ticino
(Italia, Francia, Svizzera, 1997)
Durata: 102'
Distribuzione cinematografica: BIM
PERSONAGGI E INTERPRETI
René: Claude Rich
Sibilla: Valeria Cavalli
Manuel Fernandez: Gregoire Colin
Eugenie: Renée Faure
Dominique: Jacques Dufilho
Ramon: Walter Vidarte
Garcia: Rafael Rodriguez
Finkel: Jose' Quaglio

René,
un anziano scrittore cieco, è accompagnato nei suoi giri di conferenze da una sua ex
allieva, che ormai funge da assistente, da infermiera e da amante. La ragazza, in Spagna,
s'invaghisce di un torero, che è però, a sua volta, un grande ammiratore di René. Il
vecchio ritrova forza e voglia di vivere in questo insolito e pudico rapporto a tre, e
decide di sposare la donna, per lasciarle in eredità i suoi diritti d'autore, quando,
improvvisamente, giunge loro la notizia della morte del ragazzo nell'arena. L'idea del
suicidio torna, allora, a farsi sentire in modo violento. A tenerla lontana restano forze
esili: il senso del ridicolo per un gesto giudicato tardivo, ed una madre vecchissima, ma
ancora in vita.
Fabio Carpi non si stacca mai da quell'inesorabile suo modo di vedere il cinema. Ogni suo
film è, in un certo modo, il seguito del precedente, o un suo particolare doppione. La
forza delle immagini, dei dialoghi, del decadente, precario senso dell'esistenza che
emanano, possono avere una confezione più o meno riuscita, ma restano sempre le stesse.
Si possono contestare l'approssimazione della cornice esterna, la solennità fastidiosa e
perenne delle parole, la freddezza della messa in scena, fino a raccogliere tutto ciò in
una ragionevole noia. Tutto accettabile. Perché il film è davvero noioso. Ma forse, se
si è ben disposti d'animo e pronti a sorvolare sui suoi tanti, presunti difetti, non lo
è nemmeno troppo.
La costruzione di una personalità così complessa, mostruosamente
intelligente e insoddisfatta, egoista e fragile, tanto capace di insegnare, quanto
disumana nel vivere, è una prova di notevole abilità tecnica e narrativa. Un cinema
raro, che affronta coerentemente temi poco frequenti o mal frequentati, come la vecchiaia,
la morte, il suicidio, la cecità. Temi qui racchiusi tutti nella profondità di
quell'uomo, interpretato ottimamente da un attore glaciale, e germogliato, un po'
volutamente, un po' per caso, dall'enorme figura dello scrittore argentino Borges. Se ne
ricalcano gli ultimi anni, la perdita della vista, il rapporto con la madre e quello con
una compagna molto più giovane, i suoi viaggi per il mondo, le sue "fughe dalla
sepoltura". René si stacca dal suo modello perchè non vuole esserlo, ma potrebbe,
lui che vive nel buio, nel profondo paese straniero, senza emozioni, senza vita:
"Sono solo letteratura". Capace di sentire forse un ultimo inatteso affetto
paterno per quel ragazzo, che, di fronte a lui, è più forte, e che morirà da vincitore
lasciando il vecchio senza speranze, né nella vita, né nella morte: "Il cielo è
vuoto" e per il suicidio ormai è troppo tardi. Un suo amico, scrittore impegnato,
piange la caduta degli ideali e si aggrappa coi denti alla vita che fugge via. René non
ha mai avuto neanche quelle illusioni, ed ora egli è come il Socrate della conclusione
dell'"Apologia", quello stesso che ama citare nelle sue conferenze: pronto a
separarsi da chi lo ascolta, destinati questi a tornare tra i viventi, lui tra i morti.