PARTY
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Manoel De Oliveira
Soggetto e sceneggiatura: Manoel De Oliveira
Dialoghi: Agustina Bessa-Luís
Fotografia: Renato Berta
Scenografia: Zé Branco
Costumi: Isabel Branco
Montaggio: Valérie Loiseleux
Suono: Henri Maikoff
Prodotto da: Paulo Branco
(Portogallo - Francia, 1996)
Durata: 95'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Michel: Michel Piccoli
Irene: Irene Papas
Leonor: Leonor Silveira
Rogério: Rogério Samora



Questa
estate del 1997, ne prendiamo atto, il caso della distribuzione la vuole consacrata a
Manoel De Oliveira. "Party", infatti, esce nelle sale (le poche ancora aperte)
un mese dopo quel "Viaggio all'inizio del mondo" che presentato al festival di
Cannes di quest'anno è stato però realizzato successivamente. Bizzarrie d'estate. Come
quest'ultimo, comunque "Party" mette in luce delle qualità che si distanziano
leggermente dal resto dell'opera del regista portoghese. Parlo di una ricerca formale che
sembra arrivata al colmo della sua distanza e dell'ironia, caratteristiche che troviamo in
molti altri suoi film, producendo una disseccazione, una rarefazione scintillante della
forma coniugata con un'intensità che sembra derivare dalla fissazione a un solo
argomento, una scelta monotematica. I protagonisti, che si chiamano proprio come gli
attori che li interpretano, sono su un'isola delle Azzorre. Rogério e Leonor festeggiano
i loro dieci anni di matrimonio con un garden party nella splendida residenza ereditata
dalla famiglia di lui. Conversano amabilmente con una coppia di anziani invitati che li
affascinano irresistibilmente. Michel è un elegante "bon vivant", Irene dopo un
glorioso passato da attrice si è invece trasformata in impresario nello spettacolo.
Quando Leonor si apparta dagli invitati, Michel, intuendo forse il desiderio di lei, non
perde l'occasione per raggiungerla, abbagliato com'è dalla sua bellezza. In bilico su una
scogliera leggermente a precipizio sul mare giocano a sedursi, lui d'improvviso le
proclama il suo amore folle, nessuno sembra prendersi molto seriamente, ma il più
indubbiamente, quanto incantevolmente, è accaduto. Così, quando cinque anni dopo si
rincontrano, questa volta all'interno della villa, al centro non c'è nient'altro che
quella scena. Raccontare quel che succede nel film sembra qui più necessario che altrove,
tanto è sospeso, astratto, fatto apparentemente di niente il film di De Oliveira. Film di
parola intessuto di un dialogo (merito della consueta Agustina Bessa-Luís) raffinato e
quanto mai brillante che rimbalza il senso continuamente da una parte all'altra,
provocando anche a noi le vertigini, senza fiato davanti a un gioco d'artifici, di
apparenze evanescenti. Michel (Piccoli in uno dei suoi ruoli, direi, più naturali) più
che a Don Giovanni somiglia al più ambiguo seduttore kierkegaardiano, il diabolicamente
scaltro Giovanni del "Diario del seduttore". E come per ogni puro seduttore,
egli è un esteta che si soddisfa soprattutto dell'opera della seduzione, della
sovversione di un ordine, qui cosa forse troppo facile trattandosi di un annoiato
matrimonio. Anche se poi è probabilmente lui il più disponibile a farsi irretire - e a
un certo punto infatti se ne esce con un: " io credo a tutto quello che mi si
dice", che provoca l'ennesima reazione stizzita del povero Rogério. De Oliveira ha
sempre lavorato sull'immagine come apparenza pura e semplice, rivendicandone però il
mistero, quindi il diritto a trascenderla. La realtà viene costantemente inseguita e
desiderata, ma, nello stesso tempo, superata, distaccata, grazie ai filtri della memoria e
dell'immaginazione. Le due coppie di "Party" che a volte assumono pose teatrali,
ieratiche, nella seconda parte, proprio quando qualcosa dei loro rapporti si potrebbe
risolvere, le troviamo, oltre che su di un'isola, circondate da una miriade di statue,
camini monumentali, oggetti su cui si ferma l'occhio della macchina da presa a sondarne
l'esistenza. I rituali sociali (il garden party), i ruoli, le abitudini di vita,
imprigionano gli uomini nell'ottusità di comportamenti eterni, sembra osservare scettico
il regista, invincibili e magari tragici, come l'incapacità di amare in modo autentico e
la conseguente persistenza tra uomo e donna di un rapporto amore-odio. Tanto che Leonor -
la Silveira inquieta come la Ema flaubertiana del precedente "La valle del
peccato" - può accogliere come una benedizione la notizia dell'avvenuto tracollo
economico del marito, liberazione dalla noia. E l'amore nella sua essenza estetica sembra
infatti il vero centro attorno a cui ruota tutto il film, il distillato che proprio per il
suo carattere demoniaco, contiene quell'elemento di genialità che i romantici hanno
sempre apprezzato come antidoto alla banalità quotidiana. Michel, seduttore certo oggi
inattuale, dispiega la sua arte nell'incantare la donna con le doti dello spirito
portandola a quel punto di turbamento in cui essa smarrisce il proprio equilibrio ed è
pronta a qualsiasi sacrificio. La seduzione è così un sublime artistico per quanto
crudele, momento di massimo godimento estetico, e l'artista, naturalmente, è il
seduttore, il domatore delle forme e delle apparenze per il quale la realtà non contiene
abbastanza eccitamenti o significati o li contiene solo per pochi, inafferabili attimi.