PARADISE ROADCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Bruce Beresford
Soggetto: David Giles e Martin Meader
Sceneggiatura: Bruce Beresford
Fotografia: Peter James
Scenografia: Herbert Pinter
Costumi: Terry Ryan
Montaggio: Tim Wellburn
Musiche: Ross Edwards
Prodotto da: Sue Milliken e Greg Coote
(USA, 1997)
Durata: 114'
Distribuzione cinematografica: FOX SEARCHLIGHT PICTURES
Distribuzione home video: FOX VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Adrienne: Glenn Close
Margaret: Pauline Collins
Susan: Cate Blanchett
Dott.ssa Verstak: Frances McDormand
Topsy: Julianna Margulies
Rosemary: Jennifer Ehle
Signora Roberts: Elizabeth Spriggs
Suor Wilhelmina: Joanna Ter Steege
Il Serpente: Clyde Kusatsu
Colonnello Hiroyo: Sab Shimono
Capitano Tanaka: Stan Egi
Interprete: David Chung
Non ci si può
ingannare, questo "Paradise road" sembra proprio una versione al femminile de
"Il Ponte sul fiume Kwai", il vecchio e indimenticabile kolossal di David Lean.
I giapponesi sono quasi gli stessi, irriducibili, gelidi e cattivi a tutta prima, poi
venati da qualche debolezza o umanità. Le protagoniste femminili anche riecheggiano i
soldati europei, nel coraggio come nel sacrificio nell'assoggettarsi a nuove pesanti
abitudini. E invece che costruendo un ponte, le donne di qui dimostrano la loro immutata
se non accresciuta fierezza mettendo su un coro arrangiato sulle note di brani di musica
classica. Anche il respiro, il pathos del film sembra seguire un medesimo registro
regolato sulle speranze - notturne, incerte e quando si può intime - e le paure, le
tensioni in seno al gruppo - più che altro in riga ad ascoltare gli ordini dei giapponesi
in febbrili campi lunghi sotto il sole cocente. Checché se ne dica, però, - tempi che
cambiano, eccetera - le donne rimangono (erano) ancora abbastanza differenti dagli uomini
e questa è la non piccola differenza rispetto al modello. Questo vuol dire che la
strategia di resistenza messa in atto dalle prigioniere prevede una tattica globalmente
più passiva, ma tendente a mettere in risalto con sottigliezza al momento giusto le
mancanze di quei rudi soldati, e a far ribaltare la loro spaventosa crudeltà finanche in
mancanza di coraggio. Da questa stessa parte, per il resto, non è che si inventino grandi
cose; se bisogna comunque riconoscere il merito di una retorica asciutta e concreta che
non cede mai a facili tentazioni è altrettanto vero che troppe situazioni, colori,
persone sembrano impietosamente di seconda mano. Acre e mai doma guida il gruppo Glenn
Close, decisamente a suo agio nei panni sdruciti da campo prigionia. Un film classico,
dignitoso e per molti versi ben riuscito, ma molto, forse troppo, modellato su un classico
ormai epico.