Tempi Moderni

I film del 1997


PANE E FIORE
(NUN VA GOLDUN)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Mohsen Makhmalbaf
Soggetto e sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf
Fotografia: Mahamud Kalari
Scenografia: Reza Alaqemand
Montaggio: Mohsen Makhmalbaf
Musiche: Majid Entezami
Prodotto da: Pakhshiran co., Abolfazi Alagheband,
MK2 Productions
(Iran, Francia, 1996)
Durata: 78'
Distribuzione cinematografica: TANDEM

PERSONAGGI E INTERPRETI

'Ali Bakhshi Jozam
Mir Hadi Tayebi
Ammar Tafti
Elham Mohammad-Amini
Moharram Zeinalzadeh
Mohsen Makhmalbaf

pane.jpg (11965 bytes)Mohsen Makhmalbaf è uno dei maggiori e apprezzati cineasti iraniani assieme al più famoso e recentemente premiato a Cannes Abbas Kiarostami. Con quest'ultimo aveva collaborato a "Close-up" (1991), e di questa collaborazione ne troviamo qualche traccia in "Pane e fiore". Durante la lavorazione di "Salam cinema" (1994), Makhmalbaf si vide arrivare sul set un signore di circa quarant'anni che asseriva essere la guardia accoltellata vent'anni prima dal regista nel suo periodo anti Scià,"rivoluzionario". L'uomo chiese di lavorare con il suo ex attentatore (quell'episodio, comunque, non portò bene a nessuno dei due) e Makhmalbaf, accettando, decise che sarebbe stata l'occasione giusta per ripercorrere insieme, un'ultima volta, le tracce di quel passato comune. Il soggetto del film è quindi la memoria, il tempo perduto, ma anche, visto il modo con cui si filma tutto ciò, possiamo considerarci dalle parti di quella che un po' pomposamente si può definire una riflessione sul potere del cinema (e rieccoci a "Close up"). I due uomini, infatti, sono nel film impegnati nel mettere in scena ognuno la propria giovinezza, come con enfasi volutamente ingenua si ripete più volte, fino a che queste nuovamente si scontrino, per vedere se le cose potevano andare in maniera differente. Per il neo attore, ex guardia somigliante a una specie di "Incredibile Hulk", sarà la scoperta della atroce macchinazione che lui aveva scambiato per tutt'altro, per il regista, probabilmente, il momento di un bilancio freddo e disilluso, ma quasi altrettanto amaro. Di cinema nel cinema, di riflessioni "mèta" ne abbiamo viste troppe e pure limitatamente a quelle di provenienza iraniana negli ultimi anni, così questa non riesce a sorprenderci e mostra la corda di un meccanismo usurato. Però, anche così il film conserva una sua forza poetica nel mostrare le distanze incolmabili che separano due amanti, o gli stessi personaggi che si ricercano alla prova del tempo, ed è una poesia di spaesamento nei meandri labirintici della città araba, di malinconia sotto una fitta nevicata o dietro una porta che non si apre che di un sottile spiraglio, in cui Makhmalbaf dispiega il suo talento sentimentale e severo. Quello che stride, con questo portato lieve e ingenuo come con l'innocenza un po' forzata dei personaggi, è l'apparato rigido e macchinoso del film, che sembra rinnovare cinicamente anche a vent'anni di distanza le costrizioni assolute di una macchinazione che anche alle "nuove giovinezze" non sembra lasciare spiragli di speranza.

Alfonso Iuliano