NÉNETTE ET
BONI CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Claire Denis
Soggetto e sceneggiatura: Jean-Pol Fargeau, Claire Denis
Fotografia: Agnès Godard
Scenografia: Arnaud De Moléron
Costumi: Elisabeth Tavernier
Montaggio: Yann Dedet
Musiche: Tindersticks
Prodotto da: Georges Benayoun/ Dacia Films
(Francia, 1996)
Durata: 103'
Distribuzione cinematografica: TANDEM
PERSONAGGI E INTERPRETI
Boni: Grégoire Colin
Nénette: Alice Houri
La panettiera: Valeria Bruni Tedeschi
Il panettiere: Vincent Gallo


Nenette e Boni sono fratelli di sangue senza che per questo si conoscano e si
frequentino. Ma Nenette a soli quindici anni è incinta ed è quindi quasi costretta a
fuggire dal suo collegio per raggiungere l'unica dimora che a quel punto le sembra
accessibile, quella del fratello. I due hanno perso la madre e sono entrambi in cattivi
rapporti con il padre, un classico trafficone marsigliese. "Nenette e Boni"
sembra proprio il film con cui i francesi vanno a nozze, una storia di adolescenti audaci
e un po' imbronciati, inquieti ma anche spensierati; e una storia di desideri che proprio
a causa dell'età dei protagonisti non possono che essere dirompenti quanto imprecisi,
slittanti. Questa è l'evidenza e non la si può negare, ma quello che mi sembra fare
l'interesse e la peculiare bellezza del film e che può servire a distogliere l'attenzione
dalla noia dei luoghi comuni, sta nello sguardo che la regista pone su questa materia
così pulsante. Particolarmente aderente ai suoi incerti personaggi, la Danis adotta una
messa in scena che sembra farsi via via per strada, non privilegiare nessun punto di vista
preferendo piuttosto assecondare, in una sorta di respirazione naturale, la trasognata
indifferenza di Boni, l'apparente apatia di Nenette, il legame, certo misterioso, che si
intreccia e cresce tra i due. La macchina da presa viene attratta dai loro corpi, rifugge
la tentazione e l'inamidamento delle psicologie, li scruta soltanto curiosa e sedotta, e
nello stesso modo poi guarda, rimbalzata, alla bella fornaia (boulangere rohmeriana?)
oggetto delle fantasie erotiche di Boni. C'è un grande piacere nel raccontare, nello
spostarsi impercettibilmente da un personaggio all'altro, nel ricercare il metro delle
loro sensazioni, la misura del loro povero spaesamento; l'erotismo tutto immaginario e
compiaciuto di Boni e la maternità sconsolata del pancione appena visibile di Nenette.
Caratteristiche che accomunano la regista francese a un altro superbo narratore di tempi e
personaggi rarefatti, l'hong-konghese Wong Kar-wai. Chiusi nella loro quotidiana, ottusa e
quasi inconsapevole disperazione, i due fratelli hanno però una grande vitalità che
trasmettono anche agli oggetti che li circondano - alla pasta per la pizza che Boni lavora
- , che ci sembrano diventare anch'essi materiale organico, vivente. E se è vero che
cineasti si nasce, come dobbiamo definire quella regista che ha l'ardire di trovare una
gioia nel più triste avvilimento, la mano sicura di chi sa far pulsare di emozione la
macchina da presa, l'entusiasmo di chi sa far parlare un muro come una teglia di
croissants, di chi ancora oggi crede alle possibilità del cinema?