L.A.CONFIDENTIALCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Curtis Hanson
Sceneggiatura: Brian Helgeland, Curtis Hanson,
sulla scorta del romanzo di James Ellroy edito da Mondadori.
Fotografia: Dante Spinotti
Scenografia: Jeannine Oppewall
Costumi: Ruth Myers
Musica: Jerry Goldsmith
Montaggio: Peter Honess
Prodotto da: Aaron Milchan, David L. Wolper
(USA, 1997)
Durata: 137'
Distribuzione cinematografica: WARNER BROS
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jack Vincennes: Kevin Spacey
Bud White: Russell Crowe
Ed Exley: Guy Pearce
Lynn Bracken: Kim Basinger
Sid Hudgens: Danny DeVito
Dudley Smith: James Cromwell


James Ellroy è, a nostro
avviso, il maggior romanziere apparso sulla scene della narrativa statunitense nel corso
degli ultimi vent'anni: con il trittico di Lloyd Hopkins prima (uno dei pannelli del
quale, lo splendido "Le strade dell'innocenza", ha avuto nell'88 con
"Indagine ad alto rischio" una convincente versione cinematografica, firmata da
James B.Harris ed interpretata da James Woods ) e dipoi con la quadrilogia di Los Angeles,
egli ha tracciato un quadro dell'America urbana di nitida potenza ed efferata ferocia,
luogo di coagulo di tensioni e punto di rottura di follie collettive ed individuali
all'interno di un sistema marcio da cima a fondo, assolutamente complementare al male che
pretende di combattere.
"L.A.Confidential" (1990) in particolare coniuga violenza e perversione oltre
ogni ragionevole soglia a partire dall'incrociarsi delle vicende di tre poliziotti: Ed
Exley, figlio di un celebre piedipiatti divenuto una sorta di ossessivo punto di
riferimento per il rampollo; Bud White, cui è toccato in sorte di assistere all'omicidio
di sua madre ad opera di un marito ubriaco; Jack Vincennes, il più mondano tra gli
sbirri, in combutta con i fotografi per farsi immortalare durante l'arresto di personaggi
famosi.
Nulla vi anticiperemo
dell'intricata trama di questo paradigmatico noir che avrebbe fatto venire il mal
di testa ad Adorno, esecratore per antonomasia d'un genere del quale detestava le
complicazioni: limitandoci per contro a constatare come Curtis Hanson abbia - pur
sfoltendo la materia nei suoi passaggi più perigliosi, ad esempio con la soppressione del
sordido personaggio di Raymond Dieterling, creatore di cartoni animati ricalcato sulla
figura di Walt Disney - compiuto un apprezzabile lavoro di trasposizione schermica di
figure ed atmosfere dalla pagina scritta: la Los Angeles degli anni '50 rivive così
magnificamente (in virtù pure di straordinari contributi tecnici) nell'atmosfera fumosa
dei club, nelle Studebaker e Plymouth del tempo, negli arredi e nel make-up degli
interpreti curati con certosina attenzione e maniacale dovizia di particolari.
Il concertato degli attori sorprende per efficacia ed affiatamento, l'abbondante metraggio
non ingenera noia o fastidio: l'attenzione resta sospesa sino alla conclusione dove
vincitori e vinti, verità e menzogna, odii ed amori si frammischiano e confondono in un
caos a fatica ricomposto in una parvenza d'ordine; solo la città degli angeli, milioni di
luci racchiuse tra la collina e l'oceano, continua ad osservare imperturbabile e distante
il confuso fremito delle umane passioni.