KOLYACAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Jan Sverak
Soggetto: Pavel Taussig
Sceneggiatura: Zdenek Sverak
Fotografia: Vladimir Smutny
Scenografia: Karel Vanasek
Costumi: Katerina Holla
Montaggio: Alois Fisarek
Musiche: Ondrej Soukup
Prodotto da: Eric Abraham e Jan Sverak
(Francia, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, 1996)
Durata: 105'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
Distribuzione home video: LUCKY RED
PERSONAGGI E INTERPRETI
Louka: Zdenek Sverak
Kolya: Andrej Chalimon
Klara: Libuse Safrankova
Signor Broz: Ondrez Vetchy
Madre: Stella Zazvorkova
Signor Houdek: Ladislav Smoljak
Nadezda: Irena Livanova
Zia Tamara: Lilian Mankina


Nuvole
da un aereo, in testa e in coda. Indeterminate come solo le nuvole sanno essere, ricoprono
questa storia di incertezze, quotidiane come quelle del suo protagonista, ma che si
riflettono anche piu in grande sullo scenario della Storia.
Siamo infatti a Praga nel 1988, prima della Rivoluzione di Velluto, del crollo del Muro e
della caduta del comunismo. Louka è il violinista dell'orchestra (sic) che si fa tutti i
funerali dei crematori della città. A suo tempo è stato considerato un virtuoso, prima
che qualche ridicola, grottesca divergenza con un burocrate lo costringesse alla
stringente prosaicità del momento. Scapolo incallito e finanziariamente in panne, don
giovanni scanzonato refrattario ad ogni legame, dietro proposta di un amico becchino si
convince a sposare, solo formalmente, senza nessun obbligo reale, una giovane russa - e
lui non ha nessuna simpatia per i russi - bisognosa di documenti cechi, ricevendone in
cambio soldi sufficienti per comprarsi una Trabant - quel che si dice un simbolo. Quando
la donna, fuggita sorprendentemente dall'amante in Germania grazie ai nuovi documenti, gli
lascia Kolya, il figlioletto spaesato di neanche dieci anni che parla solo russo e che
rappresenta un legame di cui avverte la forte responsabilità, il nostro è sulle prime a
dir poco sconcertato. E come se non bastasse, la polizia si mette sulle sue tracce per
indagare sulla legalità del suo matrimonio di interessi. Ma su tutto, per fortuna,
incombe il 1989 e la liberazione della Storia.
Quarto film di Jan Sverak, nominato per l'Oscar come il precedente "Elementary
school" (1992), sceneggiato in famiglia dal padre Zdenek che si ritaglia con la
bravura e l'umorismo di uno Sean Connery felpato anche il ruolo del protagonista,
"Kolya" sceglie metafore e simboli di grande respiro per ritornare sull'ultimo
passaggio decisivo della storia cecoslovacca - oggi ceca e slovacca - con uno sguardo che
vaga ugualmente incerto tra passato e futuro, incerto anche perché ammaestrato dal
tradizionale scetticismo slavo e dalle varie vicissitudini storiche a non fidarsi più di
quanto si prospetta luminoso.
Timoroso del presente, il protagonista si proietta senza neanche volerlo nel futuro, via
dal passato insolente insegue annaspando il presente e, travolto dagli eventi, sembra già
in ritardo col futuro.
L'approccio col quotidiano, ricco di sensualità e di ebbrezza, lo
accarezza e lo morde; immaturo e seducente, non inetto o succube degli eventi, se li
lascia consapevolmente scivolare addosso, e al fine del reale non può che essere un
acuto, ironico osservatore. La costruzione del film, quindi, riposa tutta sulla condotta e
la descrizione dei personaggi, tratteggiata con piccole e interrogative sottolineature,
senza che importi granché la psicologia di questi, in una cronaca libera attenta
soprattutto a segnalare e mettere in luce i momenti di rivelazione affettiva, di tenerezza
nascosti dietro a malizie e bon ton disilluso. Costruzione "morale" e tono da
commedia agrodolce in stile episodico-aneddotico tipo nov⋅ vlna - soprattutto il
primo Forman - , il film sembra ritornare anche su quel passato, in questo paese l'ultimo
artisticamente glorioso. Louka, ex talento costretto a partecipare ad un impietoso, eterno
funerale, non può, infatti, non farci pensare a quella generazione di cineasti che come
mai prima aveva messo in campo le proprie straordinarie energie creative, e che ha
assistito alla più o meno completa dissipazione dei suoi talenti. "Il sorriso di
Praga" è certo più grigio oggi: nondimeno, se i tempi sono cambiati, e si sono
comunque finalmente sciolti e slegati dalle lugubri catene ideologiche, resta questa
consolazione, questa sopravvivenza che è già una rivincita, questo sorriso perduto di un
bimbo sul fondo della memoria.