JEFFREY
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Christopher Ashley
Sceneggiatura: Paul Rudnick
Fotografia: Jeffery Tufano
Scenografia: MIchael Johnston
Coreografia: Jerry Mitchell
Musica: Stephen Endelman
Montaggio: Cara Silverman
Prodotto da: Mark Balsam, Mitchell Maxwell,
Victoria Maxwell
(USA, 1996)
Durata: 113'
Distribuzione cinematografica: BIM
Distribuzione home video: COLUMBIA HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Jeffrey: Steven Weber Steve: Michael T. Weiss
Sterling: Patrick Stewart
Darius: Bryan Batt
Madre Teresa: Irma St. Paule
Debra Moorhouse: Sigourney Weaver
Father Dan: Nathan Lane
Mrs Marcangelo: Olimpia Dukakis


Christopher Ashley, affermato regista teatrale, debutta sul grande schermo, con
la trasposizione di un grande successo off-Broadway di Paul Rudnick, adattato dallo stesso
autore.
In un'insolita New York, colorata e surreale, il giovane attore-cameriere Jeffrey decide
che e' giunto il momento di smettere di fare sesso: non perche' non gli piaccia piu', ma
perche' ha una maledetta paura dell'AIDS. Purtroppo, o per fortuna, il destino lo fa
imbattere in Steve, il classico "uomo dei sogni", un istruttore di palestra
muscoloso e romantico, vittima di un clamoroso colpo di fulmine. Tornare sulle proprie
decisioni non e' semplice, e lo e' ancora meno se queste sono all'estremo opposto della
realta' che si dovrebbe accettare: Steve, infatti, e' sieropositivo; soffre
quotidianamente per la propria condizione, come e' logico, ma non permette che questa gli
impedisca di vivere. Jeffrey, invece, messo al corrente della situazione, reagisce da
vigliacco, con scoperta ipocrisia, attanagliato com'e' da un'angoscia multiforme, piu'
pericolosa di qualsiasi morbo. E' questo il vero male contemporaneo: la paura, che fa
perdere di vista il significato ultimo della vita, imprigionando la volonta' in un
soffocante caos la cui unica via d'uscita sembra essere una continua fuga da se' stessi e
dalle proprie radici. A tutto questo ci si puo' e ci deve ribellare. Si deve odiare
l'AIDS, lo si deve combattere, lo si deve prevenire, si devono combattere coloro che
ostacolano questa lotta, ma non si deve odiare la vita. Si puo' perfino scherzare
sull'AIDS, ma non sottovalutando la portata della malattia. La morte e' purtroppo sempre
in agguato e appare in tutta la sua ineffabilita', ma l'uomo, se non la puo' sconfiggere,
ha comunque a disposizione per difendersi l'arma dell'umorismo.
Come nel finale di "Amici miei", durante il corteo funebre del Perozzi, i
quattro sopravvissuti mescolavano le lacrime del dolore alle risa per l'ultimo inaspettato
scherzo, cosi', in "Jeffrey", un amico ballerino appena scomparso appare al
nostro confuso eroe, quale fantasmino luminoso con indosso un candido abito di scena, per
ammonirlo a combattere; dietro di lui, meno sfarzosi, ma sempre vestiti di bianco, fanno
da coro sostenitore i parenti morti, compresa un'anziana nonna che lo incita:
"Scopa!".
In
una metropoli fatta non solo di violenza, ma di migliaia di stili di vita, calcati dagli
autori del film fino a sembrare paradossali e fatui, ma in realta' carichi di simboli
nemmeno troppo nascosti, e' possibile respirare la felicita' dell'esistenza, sgombrata dai
falsi ostacoli, desiderata e ottenuta con la semplice accettazione di se' stessi. Una
lunga serie di ritratti assurdi fa cosi' da cornice alla storia di Jeffrey: egli ci si
trova dentro e viene incanalato a furia di spinte e di assestamenti, negativi e positivi,
verso una liberatoria presa di coscienza: assistiamo ad un incontro con un prete cattolico
dalle mani piuttosto lunghe, pazzo per i musical, alle sparate di una predicatrice della
Nuova Era (Sigourney Weaver), fino alla multiforme onda umana della giornata dell'orgoglio
gay, in cui e' possibile trovale una transessuale lesbica non operata accompagnata
dall'arzilla mamma (Olimpia Dukakis). L'insieme risulta molto sfilacciato e talvolta un
po' monotono; in altre occasioni sapientemente ironico e pieno di romanticismo, sempre in
un folle confine tra il dramma e la farsa. L'obiettivo e' pero' centrato: su una traccia
memore delle grandi commedie del cinema classico, ma anche di quello moderno, tanto che
l'ultimo quadro si intitola "Harry ti presento Harry", Ashley e Rudnick hanno
creato un film originalissimo, pieno di spirito positivo, senza con cio' essere melenso,
in cui e' possibile essere soccorsi per strada da Madre Teresa e poi ritrovarla dietro un
pianoforte con la sigaretta in bocca come Bogart, pronta ad accompagnare una cena a lume
di candela, senza per questo mancare di rispetto a chi, non e' un caso, ha dedicato la
propria vita ad assistere i malati e i bisognosi.