Tempi Moderni

Interviste


INTERVISTA A MAURIZIO PONZI

Ad uno come lei, che ha fatto il critico tanti anni fa, vorrei chiedere, per cominciare, un giudizio sul ruolo della critica cinematografica nel nostro paese, sul potere che ha o che non ha.
Io ho fatto il critico per alcuni anni, su riviste specializzate, senza avere alcun potere. I critici, in realtà, sono importanti perché mandano i film ai festival, fanno parte delle giurie e danno i premi, non per il pezzetto che scrivono sui giornali. Io non ho quasi mai stroncato un film, perché cercavo comunque di mettermi dalla parte di chi l'aveva pensato e realizzato, per cercare di capire cosa volesse ottenere. Tutto il contrario di quello che avviene oggi, coi quotidiani che vorrebbero bollare un film, solo perché chi scrive non lo ha trovato convincente. Ma che vuol dire? Sembra che debba essere il film a venire incontro a chi lo recensisce e non il contrario. "Poco convincente", "Non convince", "Non ci ha convinti": ma chi se ne frega che non ti ha convinto! Fai uno sforzo! Cosa credi di essere, l'imperatore sul trono che, se non si è divertito, può condannare col semplice movimento del pollice? La verità è che in Italia tutto deve essere fatto in un modo canonizzato, cristallizzato; guai a chi esce dagli schemi. Prendi, per esempio, un film come "Beautiful thing", che parla con coraggio di argomenti scomodi, ma lo fa con grazia, con umorismo, e con tanta libertà inventiva. Ho letto giudizi positivi, ma sempre con una riserva: attenzione, dicevano, perché comunque si tratta di una favola. Ma chi credi di essere? Pensi forse che lo spettatore non se ne accorga da solo? Da cosa lo vuoi mettere in guardia? è chiaro che un film con un finale in quei palazzoni, che somigliano molto a Corviale, con tutti, froci, casalinghe, disoccupati, che ballano tra di loro in una delizia universale, non può che essere una favola.

Non pensa che si potrebbe provare anche in Italia ad avere il coraggio di parlare di queste storie, dato che da noi c'è Corviale, ed a farlo con originalità, senza scivolare per forza nel drammone?
Come potremmo farlo? Non è questione di coraggio. è vero, certo, che c'è Corviale in Italia, a Roma, ma è anche vero che noi viviamo in un terrorismo culturale, ragazzi miei, in un terrorismo culturale. Se un regista italiano osa far vedere una cosa del genere, lo linciano. Corviale lo devi far vedere in bianco e nero, coi toni cupi di un servizio del telegiornale. Se ambienti Giulietta e Romeo a Corviale ti ammazzano. Gli stranieri si permettono tutto perché non sono così provinciali. Qui prima ti censurano il soggetto, se hai il coraggio di scrivere il soggetto ti devi censurare da solo perché il produttore non te lo fa fare; se per follia ci arrivi, trovi sicuramente tre attori stronzi che ti dicono "Insomma, ma sei matto? Ma questa cosa deve essere seria", gli attori nostri, quelli impegnati; se poi riesci a farlo così come l'hai voluto, nessuno lo va a vedere. Io mi ricordo quando ho fatto il mio secondo film, un film di fantascienza, "Equinozio", fantastique tratto da un grande racconto di Anna Banti. Mi trattarono con sufficienza. Piacque ai francesi, che lo presero a Cannes, ma in Italia fatta eccezione per una bella critica di Pietro Bianchi e l'incoraggiamento di Pasolini, passò praticamente inosservato: avevo osato raccontare una storia di reincarnazione in un'Italia completamente fantastica, praticamente senza epoca. Guai a fare una cosa che esce minimamente dalle regole, devi sempre fare in modo che tutti possano dire che hai trattato "seriamente" quell'argomento.

Un altro film straniero, Jeffrey, che non sarà certo un capolavoro, ha però affrontato il tema dell'omosessualità e dell'AIDS in un modo brillante, completamente nuovo.
Lascia stare il capolavoro, si vede dopo se un film è un capolavoro, non quando è uscito. Quanto a "Jeffrey", l'ho trovato effettivamente molto carino, anche se un po' didascalico, Non dimenticare, però, che stiamo parlando di film in lingua inglese, che anche un piccolo film americano sa che può uscire nel mondo intero. Noi, in Italia, sappiamo che al 99 per 100 non uscirà dal territorio nazionale. Questo aggrava ulteriormente i costi di un film. Siamo come gli ungheresi, i polacchi: poteva uscire "Jeffrey" dall'Ungheria? Così noi siamo considerati nel mondo. Bisogna poi ammettere, senza vittimismo che il pubblico è razzista nei confronti del cinema italiano. Il funerale di Mastroianni, in Campidoglio, era un tripudio di folla. Ma dov'era tutta questa gente quando uscivano i film di Mastroianni? I suoi ultimi quattro film hanno incassato pochissimo. Lui lavorava: se si ha l'istinto di fare la fila per vedere cinque minuti la bara, sarà più facile pagare 8000 lire per vederlo in un film, no? Sono un po' schizofrenici, evidentemente preferiscono i funerali. è morta Giulietta Masina: da tutto quello che si è visto in televisione, pareva fosse morta la Madonna. Chi li andava a vedere i film della Masina? Dei vuoti spaventosi. Ma lo stesso Fellini: l'hanno incensato dopo morto; ma le vogliamo ricordare tutte le difficoltà che ha dovuto incontrare nei suoi ultimi anni di vita, tutti i progetti accantonati, e gli insuccessi al botteghino? Pensi che sia stato lui a volere Villaggio e Benigni per "La voce della luna"? Glieli hanno imposti, altrimenti il film non si faceva. Lui poi li ha trasformati, ha tolto loro tutte le tracce dei personaggi che si erano costruiti, ma perché glielo hanno lasciato fare, perché potevano dire un giorno di aver lavorato con Federico Fellini.

C'è insomma un distacco tra il pubblico e il cinema italiano, che riguarda proprio la voglia di andarne a vedere i film?
E' così, e quando diventa difficile il rapporto col pubblico, diventa difficile pure azzeccare il film giusto. "Il ciclone" avra' pure riportato il nostro cinema in testa alle classifiche, ma non fa testo. è il classico film eccezione: ce n'è uno ogni due, tre anni. frat1.jpg (12419 bytes)La realtà nel rapporto col pubblico è che c'è un grosso problema di attori. Non vorrei sembrare ripetitivo, ma tutti i film usciti in questi ultimi mesi sono stati un totale disastro, pur potendo disporre degli attori piu' noti. "Fratelli coltelli" al sud, dove Solfrizzi e Stornaiolo sono conosciuti e apprezzati, sta facendo sfracelli, ma al nord chi lo è andato a vedere? Eppure c'era Simona Ventura al debutto, una delle attrici più in voga in televisione. D'altronde i nostri film non hanno prova d'appello: se non vanno bene i primi giorni, li tolgono. Tutti questi attori di un'intera generazione, fatta eccezione per pochissimi che meriterebbero un discorso a parte, non sono riusciti, in tutti questi anni a farsi minimamente amare dal pubblico. L'anno scorso, nel mio film "Italiani", c'erano veramente tutti; c'era perfino la Cucinotta, che aveva fatto "Il postino", anche se non era ancora esplosa la febbre da Oscar. Non gliene è fregato niente a nessuno; anzi, molti neanche li conoscevano, mi chiedevano chi fossero, che film avessero fatto. Questo è un problema gravissimo, perché se non c'è un regista divo, e in Italia ce ne sono un paio, al massimo, la gente che cosa guarda? Vagamente la trama e chi sono gli attori. Il film drammatico lo respingono, l'attore non lo amano, che possibilità rimane allora? In tutto questo disastro bisogna però riconoscere che sono apprezzati di più gli attori da commedia, non solo perché fanno ridere, ma soprattutto perché parlano un italiano che alla gente piace ascoltare e che comunque non potrebbe ascoltare in un film straniero: così nel "Ciclone", le battute non possono essere che quelle che sono, mentre in un film drammatico sei costretto a sentire un italiano che ha come diretto termine di paragone il doppiaggio dei film americani. Questo è un problema che non è mai stato considerato. Al doppiaggio si è spesso rimproverata una standardizzazione che finisce per livellare ogni prodotto e rischia di rovinare il film. In realtà chi finisce per essere danneggiato è il nostro cinema. Perché il pubblico si abitua a collegare tutto quello che di tecnicamente valido c'è nel cinema americano, insieme con alcune ottime interpretazioni dei loro divi, con questo tipo di recitazione, magari piatta, ma perfetta. Quando poi si trova a doverla confrontare con la voce di un nostro attore di cinema, che ha delle peculiarità che sfuggono a classificazioni, sembra quasi che questo non sia in grado di recitare, specialmente se è un attore drammatico. Guarda il caso della Golino in "Rain man": si è voluta doppiare in italiano, e, vicina agli altri, sembrava una dilettante. In America, invece, andava bene. Ma tu pensi che l'abbiano presa per caso? Li' fanno migliaia di provini: l'hanno presa perché funzionava. Oltretutto, per un'attrice, lavorare in Italia è ancora piu' drammatico. Da noi non esistono attrici che tirano sul mercato e le poche che, raramente, funzionano, lo devono a una montatura pubblicitaria impressionante, che cerca di far leva sugli istinti più bassi della gente. L'attrice, sembra, inoltre, che debba vergognarsi di essere bella. Il critico scrive sempre compiaciuto quando qualcuna è stata così brava ad aver avuto il coraggio di imbruttirsi. Sono entusiasti.

Nella carriera di un regista devono esserci dei film di cui non si è soddisfatti. è d'accordo con chi ritiene che i suoi film meno riusciti siano "Qualcosa di biondo" e "Volevo i pantaloni"?
"Qualcosa di biondo" non mi è affatto dispiaciuto. La storia, un soggetto di Sergio Citti, mi aveva colpito subito e decisi di proporlo a Carlo Ponti. All'epoca si disse che era un film su commissione, che io ero l'impiegato di Ponti, invece l'idea di farlo era stata mia. Lavorare con Sophia Loren è stata un'esperienza magnifica: lei era assente dal 1977, da "Una giornata particolare" ed aveva dentro una grandissima energia, oltre che una professionalità unica. Nel film ci sarebbe dovuto essere anche Alberto Sordi, ma all'ultimo momento la sua presenza saltò. Non ho avuto, nella mia carriera, troppe opportunità di lavorare con i grandi attori della commedia all'italiana: ebbi Nino Manfredi nel "Tenente dei carabinieri", ma solo per dieci giorni. Il mio vero grande rimpianto, poi, è quello di non aver potuto mai lavorare con quell'attore formidabile che era Ugo Tognazzi. Quanto a "Volevo i pantaloni", ritengo che sia un film nato sotto una cattiva stella: il romanzo di Lara Cardella aveva avuto un grande successo, ma era terribile, pieno di buchi e povero di sostanza. Abbiamo tentato, con Benvenuti e De Bernardi, di trasformarlo in un melodramma, ma le cose non cambiarono. Inoltre la protagonista, Giulia Fossà, era completamente fuori ruolo. Questo non ha però impedito al film, rivelatosi un disastro nelle sale, di ottenere poi uno dei più grandi ascolti, quando è stato trasmesso in televisione. Un film che invece ho davvero odiato e che mi vergogno di aver fatto è "Anche i commercialisti hanno un'anima", che allora accettai di dirigere solo perché mi avevano promesso Silvio Orlando per il ruolo del meridionale, mentre, per il settentrionale, avevo pensato a Giulio Scarpati. Invece il progetto prese una piega inaspettata: arrivò prima Renato Pozzetto, che è un ottimo professionista e una persona squisita, ma che non c'entrava nulla con quello che io volevo fare, e, a pochi giorni dalle riprese, quando era ormai evidente che ad Orlando non interessava nulla della cosa, mi dissero che il film si sarebbe potuto fare solo con Enrico Montesano. Il film si fece, ma divenne peggiore di giorno in giorno; io dicevo ai produttori "Guardate che uscirà fuori un film cupo, tetro", ma non mi credevano, anzi, alle proiezioni giornaliere ridevano di gusto. E' stato un disastro, un film orrendo, il peggiore che abbia mai fatto.

Dato che si sta parlando dei film che non ama, parliamo anche di quelli che ama, e spieghiamo perché mai un critico ha deciso, un giorno, di diventare regista.
Io ho fatto il critico per qualche tempo, ma sempre con la precisa volontà di diventare regista, non è stato certo un caso. Ho fatto il critico, perché era, tutto sommato, il modo migliore che mi veniva in mente per entrare in un mondo in cui non conoscevo nessuno. Conobbi, così, Pasolini, Lattuada, Rossellini, i fratelli Taviani. Lattuada mi propose come aiuto regista per "Fraulein doktor", ma non se ne fece nulla, perché il film doveva essere girato in Jugoslavia e lui si accorse di avere bisogno di una persona che ne conoscesse la lingua. Lo feci, invece, con Pasolini, per un episodio di "Amore e rabbia", ma ormai ero già vicino al debutto da regista. Questo avvenne nel 1968 con "I visionari", un film che voleva opporsi ad un cinema piuttosto in voga in quegli anni, molto politico, con un certo tipo di inquadrature e di movimenti di macchina, di zoom, che trovavo estremamente fastidiosi. Realizzai così un'opera che era all'estremo opposto, magari rischiando lungaggini che oggi non sarebbero tollerate. Ecco, devo dire che avrei una gran voglia di rivederlo, per poterci mettere le mani e scorciare alcune cose ormai fuori tempo. Magari poi mi accorgerei che va bene così com'è, ma vorrei avere questa possibilità. frat2.jpg (15078 bytes)Purtroppo il film è praticamente scomparso dai circuiti televisivi e dalla memoria nazionale. Paradossalmente, ma poi neanche tanto, se ne sono ricordati in Austria, dove lo hanno richiesto in occasione delle celebrazioni di Musil, l'autore dal quale era stato ispirato."I visionari" è , senza dubbio, il film a cui tengo di piu', assieme a "Stefano jr.", "Io, Chiara e lo Scuro" e "Italiani", che è andato con successo ai festival di Berlino e di Montreal, ma che da noi pochi sono andati a vedere. Torniamo sempre sullo stesso punto, sull'impossibilita' di mescolare la realta' e la fantasia: non ci si vuole immedesimare, non si tenta di capire, ma ci si limita ad un'alzata di spalle di fronte ad un "film strano". è la stessa cosa che successe a Vittorio De Sica, quando, in pieno neorealismo, nessuno capi' perche' s'era messo a fare "Miracolo a Milano", e molti addirittura gridarono allo scandalo. La storia ha dimostrato che avevano torto, ma all'epoca, a subire questo terrorismo culturale fu De Sica, mica loro.

Nella sua filmografia c'è, a partire dal 1974, un buco spaventoso di otto anni, dopo il quale la ritroviamo improvvisamente regista di commedie.
Le due cose sono molto legate tra loro: dopo otto anni di lontananza dal set cinematografico, mi è capitata l'occasione di girare "Madonna che silenzio c'e' stasera", una commedia. L'ho presa al volo, perché mi sembrava l'ultima occasione che avevo di rientrare nel giro. In quegli anni non ero rimasto inattivo, però: mi avevano chiesto di mettere in scena per la televisione alcune opere teatrali, tra cui diverse commedie. Avevo quindi affinato una sensibilità per i meccanismi umoristici e l'occasione di lavorare con Francesco Nuti, che allora era agli inizi, non mi coglieva impreparato. Inoltre è sempre stato nelle mie corde dirigere giovani attori. è una cosa che amo moltissimo, perché ritengo che siano molto più liberi rispetto a chi conosce i trucchi del mestiere e insiste per fare in un certo modo, perché crede che il pubblico si aspetti sempre e solo quello. I giovani sono più versatili e non hanno paura di essere guidati. è la stessa cosa che è successa per "Fratelli Coltelli", il mio ultimo film. Ho accettato l'invito dei Vanzina, perché mi offrivano la possibilità di lavorare con degli esordienti. Ho dovuto rivedere alcune cose nella sceneggiatura, ma sul set, con gli interpreti, tutto ha funzionato alla perfezione.

I suoi film sono spesso accusati di avere alle spalle ragioni puramente alimentari.
Io adoro stare sul set, se potessi ci starei tutti i giorni, ma ovviamente non posso. Cerco però di fermarmi pochissimo, evito di stare con le mani in mano per aspettare il film della vita. Sono spinto, quindi, oltre che da ragioni alimentari, da ragioni esistenziali. Con questo non voglio dire che sono pronto ad accettare tutto ciò che mi propongono. Quando decido di dirigere un film è perché ci credo, perché so che ogni film deve avere una sua ragione d'essere, piccola o grande che sia.

Tornando a "Fratelli coltelli", il suo ultimo film, abbiamo parlato della diversa accoglienza del pubblico. Cosa ricorda, invece, in particolare dei giudizi della critica?
E' successa una cosa curiosa: nella sua recensione, Paolo Mereghetti, si è ricordato improvvisamente di "Stefano jr.", un mio film del 1969, che io credevo fosse stato dimenticato da tutti. La cosa mi ha colpito e mi ha fatto anche piacere, ma mi sono chiesto perché Mereghetti abbia aspettato tutto questo tempo. E così ho rivolto questa domanda proprio a lui: gli ho scritto una lettera, fatta pressappoco come sono fatti i suoi articoli, con quell'aggettivo scritto in alto, in corsivo, che dovrebbe essere la sintesi ultima di un film. Anch'io, in alto, in corsivo, ho voluto sintetizzare il suo intervento: "Tardivo".

A cura di Marco Medelin