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Intervista a Harrison Ford e Wolfgang Petersen
Sig. Petersen di recente è stato possibile rivedere la copia restaurata di UBOOT-96
che è un film che soprattutto denuncia l'assurdità e l'inutilità della guerra, un'idea
che sembra accomuni anche questa nuova fiaba spettacolare che è "Air Force
One". I dettagli con i quali ci viene mostrato l'aereo sono corretti oppure è stato
raffigurato nei suoi interni inventando di sana pianta? Sig. Ford ritiene giusto che un certo cinema americano e quindi una parte di quello
che viene portato qui a Venezia inciti alla violenza? Sig. Petersen come mai un nuovo film dedicato al presidente USA e cosa pensa del
fatto che diverse case cinematografiche si stiano preparando a girare film molto simili a
questo? Come mai la scelta per il vicepresidente è ricaduta su Glenn Close? Un regista europeo a Hollywood, un regista che in patria ha già realizzato
film importanti e ambiziosi. Qual'è la sua esperienza e quale controllo ha sui suoi film?
Avere Glenn Close nel film è stato semplice, grazie all'interessamento del presidente Clinton, che ci ha aiutato a formare il cast in breve tempo, quasi lo spazio di una cena, nel Wyoming, dove avevamo invitato Glenn Close ed Harrison Ford, il quale sapendo che la mia prima scelta era stata quell'attrice, all'inizio era un pò preoccupato. In seguito, invece, con Clinton seduto in mezzo a noi, è stato proprio lui a chiedere a Glenn: "Vuoi essere il mio vice presidente?". Clinton era eccitatissimo dall'idea, e così tutti e due hanno tanto insistito, che lei, a un tratto, ha detto: "Se due presidenti mi vogliono, probabilmente vorrà dire che devo accettare". Crede che un giorno saranno computer e tenologia i veri divi? Qual'è stato il loro apporto a Air Force One? Grandissimo. Credo che in tutti i film ci sarà sempre più bisogno del lavoro di CGI, perché questo semplifica le cose e simulare la realtà diventa anche meno costoso. Nel nostro caso, per esempio, noi abbiamo moltissime battaglie aeree, scontri, incendi: molte degli oggetti che si vedono nel film sono reali, lo stesso Air Force One é un vero 747, che abbiamo dipinto e adattato per farlo sembrare esattamente quello. Ma per molte scene complicate con l'aereo, abbiamo avuto bisogno di ricrearlo con il computer. Oppure di lavorare con un grande modellino che avevamo costruito. Lo stesso per molti degli F15 delle scene nel cielo di notte: alcuni ricreati al computer, altri veri, mescolati adeguatamente gli uni con gli altri. Realtà, modellini e CGI: mi affascina moltissimo l'idea di usarli alternativamente e credo che lo farò ancora, visto che ciò che ci spinge ad adoperarli in questo modo è unicamente il desiderio di ricreare la realtà. Io non sono il tipo che cerca soluzioni alla "Blade Runner" o "Alien" o strani mondi simili, tutti un'invenzione visiva di qualcosa d'altro, immaginazione o fantasia; no, io cerca la realtà, e in questa ricerca credo che la CGI possa aiutare davvero molto. Avevate previsto finali alternativi in sede di sceneggiatura? No. Non ho mai pensato ad un finale alternativo nella sceneggiatura, è stato sempre e solo quello che si vede nel film. E' strano, forse, perché molti film ad Hollywood hanno almeno due o tre versioni tra le quali scegliere. Noi, invece non abbiamo mai girato nulla d'altro, perché quella era l'unica versione che volevamo. In "Air Force One" vengono cancellate perfino le ceneri del comunismo: Lei crede ancora nel pericolo rosso, piuttosto che in altri, ad esempio quello mediorientale? Lo sceneggiatore nella nostra storia parla di tutta la situazione della Russia e crede forse ancora possibile il pericolo che una nuova ondata nazionalistica cresca in qualche parte del paese. Io credo che ci siano dei segnali che questo possa succedere e che sia una situazione simile a quella del nostro film. Non abbiamo voluto sovraccaricare questo aspetto, perché quello che ci interessava era creare una situazione dove il presidente degli Stati Uniti potesse realmente divenire uomo d'azione, sfidando un terrorista in una scontro quasi personale. D'altra parte era anche necessario fornire alla vicenda un retroterra storico, o, propriamente politico, che si verificasse una situazione per cui si potesse credere che le cose fossero quantomeno possibili; una situazione di miseria, di disperazione, che favorisse il piano di un terrorista che sogna una nuova forte Russia, di nuovo unita, non in democrazia, ma sotto il comunismo: uno scenario assolutamente possibile. Speriamo che questo non accada, ma in un film siamo spinti a guardare molto in là nel futuro e a dire ciò che un giorno potrebbe accadere. Qual'è il sogno della sua vita? I sogni della mia vita si concentrano sempre intorno al fare cinema. Non sogno di andarmene per due anni in vacanza su una grossa isola da qualche parte, no, lavoro, lavoro, sperando che il film successivo riesca ancora meglio del precedente. Noi cerchiamo sempre la luce alla fine del tunnel, come se ci fosse una luce alla fine del tunnel, ossia il film migliore, il capolavoro, l'unico e solo. Forse non sogno un film così, ma magari un piccolo film importante e profondo che vinca tutti gli Oscar e che tutti nel mondo vogliano andare a vedere, un film che io ami e che tutti amino. Claudio Pofi e Marco Medelin |
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