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Intervista a Curtis Hanson
Curtis Hanson, aveva fin'ora al suo attivo tre thriller:
"Cattive compagnie, "La mano sulla culla e "The River Wild". Del suo
sicuro talento bisogna dire però che ce ne accorgiamo soltanto oggi con l'uscita dello
splendido "L.A. Confidential", tratto dall'omonimo romanzo di James Ellroy, lo
scrittore americano autore di una quadrilogia su Los Angeles che copre il periodo storico
che va dagli anni '30 agli anni '50 e di cui questo romanzo rappresenta il terzo atto
successivo a "La dalia nera" e "Il grande nulla" e antecedente a
"White jazz".
Si riconosce nell'immagine di artigiano, professionista della macchina da presa,
come da antica tradizione hollywoodiana?
Amo il cinema, mi piace narrare, mi piacciono le storie e c'è una famiglia di registi con
cui sento un'affinità maggiore rispetto ad altri, ma il sistema nell'ambito del quale
lavoravano quei registi oggi non esiste più, quindi nei film che ho fatto ho saltellato
un po' qua e un po' là, con gli Studios e con gli indipendenti e non sono mai tornato due
volte nello stesso posto. Una cosa che invidio molto dei registi dei vecchi tempi è che
molti di loro miglioravano col passare degli anni e che le loro capacità narrative erano
alimentate sia dagli studios che li possedevano per contratto, sia dal pubblico che li
seguiva sempre più numeroso. Dai più grandi, Hawks, Hitchcock, Huston, fino ai meno
talentuosi, tutti avevano la possibiltà di migliorare. Oggi invece ci troviamo in una
situazione in cui i cineasti prima devono realizzare i loro film più personali e poi
vengono incoraggiati ad imitarsi, lavoro dopo lavoro, con rendimenti inevitabilmente
decrescenti. Io mi vedo come un'artista che narra storie divertenti e di intrattenimento,
ammiro i registi del passato che svolgevano questo compito con grande abilità. Negli anni
50 giravano con molta velocità perché sapevano quello che facevano e ciò che era
importante in ogni singola scena. Io ammiro molto le loro tecniche di narrazione.
Lei sembra avere un rapporto privilegiato con il thriller, tutti i suoi film
precedenti lo sono...
Come spettatore mi piace essere preso dalla suspense e come regista mi piace crearla. Una
qualunque storia può avere un elemento di suspense. Io cerco di equilibrare l'interesse
sia della storia che dei personaggi. Quello che mi interessava in "L.A.
Confidential" era che la partecipazione e il coinvolgimento emotivo del pubblico per
ciascun personaggio cambiava nel corso della storia. Anche questa è suspense.
Ci può dare dei ragguagli su come è arrivato a dirigere questo film?
Sono nato a Los Angeles e la città raffigurata in "L.A. Confidential"
è quella dei miei ricordi di infanzia. Ho avuto sempre voglia di tornare ad affrontare
questo mondo pazzo che da bambino mi confondeva. Quando ho letto i romanzi di James Ellroy
non ho pensato ad un film in particolare ma alla atmosfera dei suoi racconti. L'aspetto
che più mi ha colpito in "L.A. Confidential" è stato il mio coinvolgimento
emotivo con ciascuno dei personaggi. Ho cominciato così a pensare a come avrei potuto
ricreare il mio interesse in un film che a mio avviso doveva essere molto diverso da
quelli che oggi vengono realizzati a Hollywood. Inoltre questo mi permetteva di trattare
un tema che è tra i miei favoriti, cioè la differenza tra come le persone appaiono e
come realmente sono.
Come mai la scelta di
trarre un film da Ellroy è caduta proprio su questo romanzo, che rispetto ai precedenti
"La dalia nera e "Il Grande nulla appare il più complicato da trasporre oltre
ad essere quello che ha avuto meno successo degli altri due?
È la stessa domanda che mi ha fatto Ellroy. La risposta non è negli aspetti specifici
della storia, ma nella precipua complessità dei personaggi che formano questo gruppo e
tra i quali ognuno ha la stessa importanza ed è a modo suo la star della sua storia. Gli
altri film che ho fatto erano dei thriller abbastanza lineari e avevano un unico punto di
vista, quindi mi è piaciuta di l'idea di affrontare una storia in cui ci fosse una
partecipazione emotiva con vari personaggi; così, in definitiva, è stata proprio la
complessità del romanzo che mi ha attratto ed era ciò che interessava anche al mio
sceneggiatore perché la scrittura della sceneggiatura si è svolta in modo buffo rispetto
a quanto si fa generalmente a Hollywood, dove si parte da un soggetto semplice e lineare e
poi si aggiunge sostanza e corpo con la costruzione dei personaggi. Noi invece siamo
partiti proprio dai personaggi e abbiamo eliminato il materiale che non serviva a
sviluppare la loro vita emotiva. Questo ci ha dato la possibilità di avere delle scene
che anche se non portavano avanti la storia sviluppavano però la complessità dei
personaggi. Quando lavoro su una sceneggiatura, come metodo, cerco di non rappresentarmi
mai un attore, perché non voglio affidare troppa importanza all'aspetto fisico
dell'attore, quanto piuttosto all'essenza del personaggio.
Ha avuto difficoltà nel girare gran parte del film in locations esterne agli studi?
Trovare tutte le locations necessarie in una città famosa per il disinteresse per il suo
passato è stata una sfida ed un compito immane e sono veramente orgoglioso del risultato
finale perché non c'è quasi niente del film girato in studio. La difficoltà maggiore
stava anche nel fare in modo che tutte queste location sparpagliate per la città dessero
alla fine la sensazione di un insieme coeso, omogeneo.
Su cosa si è basato per la scelta del nutrito quanto folgorante cast del film?
Per quanto riguarda gli attori è stato fondamentale aver ingaggiato per primi Guy Pearce
e Russell Crowe. Prima ho messo davanti ai responsabili della produzione un collage di
foto per evitare che qualcuno si immaginasse un altro film, qualcosa di più chandleriano,
anni 30 e 40, mentre questo, appartenente a un'epoca successiva, doveva, a mio modo di
vedere, sfruttare delle colorazioni più accese ed intense. Quindi dissi loro che cercavo
due interpreti principali che non fossero dei volti conosciuti con caratteristiche troppo
definite, proprio per concentrare il più possibile l'interesse attorno ai loro
personaggi, per fare in modo che lo spettatore del film cambiasse le sue opinioni su quei
personaggi proprio come le ho cambiate io durante la lettura del libro. Per il personaggio
di Kevin Spacey, che era la star del corpo di Polizia, andava bene avere uno con delle
qualità superiori a quelle normali. Con Kim Basinger invece abbiamo un'attrice molto più
glamour rispetto agli altri ed ella svolge il ruolo conturbante di una puttana che vende
una falsa immagine di star ai suoi clienti.
L'aspetto più interessante del film sta probabilmente nel modo in cui vengono
mostrati interagire tra loro le varie categorie di giornalisti, poliziotti, delinquenti e
prostitute e come tutte queste appaiano confluire insieme all'interno del ribollente
calderone del mondo dello spettacolo.
In effetti la cosa più interessante nel raccontare questa storia stava proprio nel fatto
che essa rappresentava l'aspetto della tentazione, delle false illusioni, dell'ambizione,
della brama e del desiderio e che tutti questi aspetti che fanno parte della vita di tutte
le persone qui sono accentuati in un mondo di illusione creato ad arte.
Secondo lei cosa ha di attuale il film?
Non mi interessava fare un film che fosse un'istantanea del passato o solamente un omaggio
al cinema del passato. Quello che mi interessava degli anni '50 era che in questo periodo
di boom economico, di ottimismo dopo la seconda guerra mondiale sono nate molte cose che
sopravvivono ancora oggi, come ad esempio le autostrade, la televisione, il giornalismo
scandalistico rappresentato dal personaggio di Danny De Vito, cose che hanno enormemente
risvegliato l'interesse del pubblico per la verità il cui solo limite oramai è
probabilmente il cielo. Naturalmente penso che anche le emozioni dei personaggi e le loro
singole lotte individuali siano ugualmente attuali e ho cercato di fare in modo che il
pubblico potesse dimenticarsi che stava guardando un film d'epoca.
Alfonso Iuliano |