Tempi Moderni

Interviste


Intervista a Curtis Hanson

la2.jpg (11995 bytes)Curtis Hanson, aveva fin'ora al suo attivo tre thriller: "Cattive compagnie, "La mano sulla culla e "The River Wild". Del suo sicuro talento bisogna dire però che ce ne accorgiamo soltanto oggi con l'uscita dello splendido "L.A. Confidential", tratto dall'omonimo romanzo di James Ellroy, lo scrittore americano autore di una quadrilogia su Los Angeles che copre il periodo storico che va dagli anni '30 agli anni '50 e di cui questo romanzo rappresenta il terzo atto successivo a "La dalia nera" e "Il grande nulla" e antecedente a "White jazz".

Si riconosce nell'immagine di artigiano, professionista della macchina da presa, come da antica tradizione hollywoodiana?
Amo il cinema, mi piace narrare, mi piacciono le storie e c'è una famiglia di registi con cui sento un'affinità maggiore rispetto ad altri, ma il sistema nell'ambito del quale lavoravano quei registi oggi non esiste più, quindi nei film che ho fatto ho saltellato un po' qua e un po' là, con gli Studios e con gli indipendenti e non sono mai tornato due volte nello stesso posto. Una cosa che invidio molto dei registi dei vecchi tempi è che molti di loro miglioravano col passare degli anni e che le loro capacità narrative erano alimentate sia dagli studios che li possedevano per contratto, sia dal pubblico che li seguiva sempre più numeroso. Dai più grandi, Hawks, Hitchcock, Huston, fino ai meno talentuosi, tutti avevano la possibiltà di migliorare. Oggi invece ci troviamo in una situazione in cui i cineasti prima devono realizzare i loro film più personali e poi vengono incoraggiati ad imitarsi, lavoro dopo lavoro, con rendimenti inevitabilmente decrescenti. Io mi vedo come un'artista che narra storie divertenti e di intrattenimento, ammiro i registi del passato che svolgevano questo compito con grande abilità. Negli anni 50 giravano con molta velocità perché sapevano quello che facevano e ciò che era importante in ogni singola scena. Io ammiro molto le loro tecniche di narrazione.

Lei sembra avere un rapporto privilegiato con il thriller, tutti i suoi film precedenti lo sono...
Come spettatore mi piace essere preso dalla suspense e come regista mi piace crearla. Una qualunque storia può avere un elemento di suspense. Io cerco di equilibrare l'interesse sia della storia che dei personaggi. Quello che mi interessava in "L.A. Confidential" era che la partecipazione e il coinvolgimento emotivo del pubblico per ciascun personaggio cambiava nel corso della storia. Anche questa è suspense.

Ci può dare dei ragguagli su come è arrivato a dirigere questo film?
Sono nato a Los Angeles e la città raffigurata in "L.A. Confidential" è quella dei miei ricordi di infanzia. Ho avuto sempre voglia di tornare ad affrontare questo mondo pazzo che da bambino mi confondeva. Quando ho letto i romanzi di James Ellroy non ho pensato ad un film in particolare ma alla atmosfera dei suoi racconti. L'aspetto che più mi ha colpito in "L.A. Confidential" è stato il mio coinvolgimento emotivo con ciascuno dei personaggi. Ho cominciato così a pensare a come avrei potuto ricreare il mio interesse in un film che a mio avviso doveva essere molto diverso da quelli che oggi vengono realizzati a Hollywood. Inoltre questo mi permetteva di trattare un tema che è tra i miei favoriti, cioè la differenza tra come le persone appaiono e come realmente sono.

la3.jpg (12977 bytes)Come mai la scelta di trarre un film da Ellroy è caduta proprio su questo romanzo, che rispetto ai precedenti "La dalia nera e "Il Grande nulla appare il più complicato da trasporre oltre ad essere quello che ha avuto meno successo degli altri due?
È la stessa domanda che mi ha fatto Ellroy. La risposta non è negli aspetti specifici della storia, ma nella precipua complessità dei personaggi che formano questo gruppo e tra i quali ognuno ha la stessa importanza ed è a modo suo la star della sua storia. Gli altri film che ho fatto erano dei thriller abbastanza lineari e avevano un unico punto di vista, quindi mi è piaciuta di l'idea di affrontare una storia in cui ci fosse una partecipazione emotiva con vari personaggi; così, in definitiva, è stata proprio la complessità del romanzo che mi ha attratto ed era ciò che interessava anche al mio sceneggiatore perché la scrittura della sceneggiatura si è svolta in modo buffo rispetto a quanto si fa generalmente a Hollywood, dove si parte da un soggetto semplice e lineare e poi si aggiunge sostanza e corpo con la costruzione dei personaggi. Noi invece siamo partiti proprio dai personaggi e abbiamo eliminato il materiale che non serviva a sviluppare la loro vita emotiva. Questo ci ha dato la possibilità di avere delle scene che anche se non portavano avanti la storia sviluppavano però la complessità dei personaggi. Quando lavoro su una sceneggiatura, come metodo, cerco di non rappresentarmi mai un attore, perché non voglio affidare troppa importanza all'aspetto fisico dell'attore, quanto piuttosto all'essenza del personaggio.

Ha avuto difficoltà nel girare gran parte del film in locations esterne agli studi?
Trovare tutte le locations necessarie in una città famosa per il disinteresse per il suo passato è stata una sfida ed un compito immane e sono veramente orgoglioso del risultato finale perché non c'è quasi niente del film girato in studio. La difficoltà maggiore stava anche nel fare in modo che tutte queste location sparpagliate per la città dessero alla fine la sensazione di un insieme coeso, omogeneo.

Su cosa si è basato per la scelta del nutrito quanto folgorante cast del film?
Per quanto riguarda gli attori è stato fondamentale aver ingaggiato per primi Guy Pearce e Russell Crowe. Prima ho messo davanti ai responsabili della produzione un collage di foto per evitare che qualcuno si immaginasse un altro film, qualcosa di più chandleriano, anni 30 e 40, mentre questo, appartenente a un'epoca successiva, doveva, a mio modo di vedere, sfruttare delle colorazioni più accese ed intense. Quindi dissi loro che cercavo due interpreti principali che non fossero dei volti conosciuti con caratteristiche troppo definite, proprio per concentrare il più possibile l'interesse attorno ai loro personaggi, per fare in modo che lo spettatore del film cambiasse le sue opinioni su quei personaggi proprio come le ho cambiate io durante la lettura del libro. Per il personaggio di Kevin Spacey, che era la star del corpo di Polizia, andava bene avere uno con delle qualità superiori a quelle normali. Con Kim Basinger invece abbiamo un'attrice molto più glamour rispetto agli altri ed ella svolge il ruolo conturbante di una puttana che vende una falsa immagine di star ai suoi clienti.

L'aspetto più interessante del film sta probabilmente nel modo in cui vengono mostrati interagire tra loro le varie categorie di giornalisti, poliziotti, delinquenti e prostitute e come tutte queste appaiano confluire insieme all'interno del ribollente calderone del mondo dello spettacolo.
In effetti la cosa più interessante nel raccontare questa storia stava proprio nel fatto che essa rappresentava l'aspetto della tentazione, delle false illusioni, dell'ambizione, della brama e del desiderio e che tutti questi aspetti che fanno parte della vita di tutte le persone qui sono accentuati in un mondo di illusione creato ad arte.

Secondo lei cosa ha di attuale il film?
Non mi interessava fare un film che fosse un'istantanea del passato o solamente un omaggio al cinema del passato. Quello che mi interessava degli anni '50 era che in questo periodo di boom economico, di ottimismo dopo la seconda guerra mondiale sono nate molte cose che sopravvivono ancora oggi, come ad esempio le autostrade, la televisione, il giornalismo scandalistico rappresentato dal personaggio di Danny De Vito, cose che hanno enormemente risvegliato l'interesse del pubblico per la verità il cui solo limite oramai è probabilmente il cielo. Naturalmente penso che anche le emozioni dei personaggi e le loro singole lotte individuali siano ugualmente attuali e ho cercato di fare in modo che il pubblico potesse dimenticarsi che stava guardando un film d'epoca.

Alfonso Iuliano