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INTERVISTA A JAMES FOLEY
Autore eclettico, capace di passare con
istrionica professionalità dalla vacuità di un'opera come "Who's that girl?"
all'impegno sociale del bellissimo "Americani", James Foley ha recentemente
diretto "L'ultimo appello" ("The Chamber"), ennesima pellicola tratta
da un romanzo dell'autore americano di best-seller John Grisham. Malgrado le ottime
potenzialità, Foley non ha ancora trovato la pellicola giusta per valorizzare al meglio
la sua visione d'autore e il suo ultimo film non fa eccezione anche se, è doveroso dirlo
a sua discolpa, il materiale su cui sviluppare la storia non offriva grandi spunti
espressivi. Di questo ed altro abbiamo parlato con Foley durante la sua recente visita a
Roma in occasione dell'uscita de "L'ultimo appello", tappa da lui espressamente
richiesta per via del grande amore che lo lega a questa città (ha anche dichiarato di
volercisi trasferire) e all'Italia in generale che considera molto vicina al suo modo di
vivere ideale, eccetto che per una cosa: la televisione, mai, secondo lui, così
"locale" come nel Belpaese.
"L'ultimo Appello" è il quinto film ad essere tratto da un romanzo di
John Grisham, autore generalmente considerato di difficile trasposizione sul grande
schermo. Ha visto gli altri quattro film?
No... almeno non tutti. Mi sono divertito con "Il Rapporto Pelican", ma nulla di
più.
Ha visto "Il Momento di Uccidere"? E' un altro film tratto da Grisham che
affronta il problema del razzismo.
Lo ho visto, sì, e lo considero pura pornografia. Una vera indecenza, e parlo del modo in
cui concetti di grande "presa" come l'uguaglianza e il diritto alla vita sono
trattati.
Ci sono state grandi difficoltà nel tradurre in sceneggiatura il romanzo?
Sì, credo che qualche difficoltà ci sia stata. Personalmente me ne sono reso conto una
volta finito il film perché prima, per una scelta ben precisa, mi ero rifiutato di
leggere il libro per non esserne influenzato. "L'ultimo Appello" è un romanzo
difficile che ha anche il difetto comune a molti scritti di Grisham: non prende posizione,
non esprime mai un parere netto e preciso. Nel film per cercare di ovviare a questa
limitazione ho focalizzato la mia attenzione sul rapporto fra il nonno criminale e il
nipote avvocato, cosa che nel libro era trattata in modo molto marginale.
I suoi ultimi film, soprattutto "Americani", rivelano un certo fastidio
nei confronti della società americana: è scetticismo o pessimismo?
Sicuramente scetticismo e diffidenza, in quanto io mi considero un ottimista e faccio di
tutto affinché ciò sia evidente nei miei film. Io credo che ogni forma d'arte non possa,
per definizione, essere pessimista, in quanto il pessimismo conduce al suicidio e io
voglio ancora vivere a lungo. Anche ne "L'ultimo Appello" dichiaro il mio
ottimismo: sto parlando dell'abbraccio finale fra nonno e nipote, in cui i fantasmi del
passato vengono dimenticati, esorcizzati, per far posto all'amore e al perdono.
Ne "L'ultimo Appello" quando Sam Cayhall viene giustiziato sulla sedia
elettrica ci sono due tipi diversi di reazione: c'è la folla, che esulta e applaude come
se si trovasse ad un concerto rock, e c'è la vedova dell'avvocato ucciso anni prima, che
rimane impassibile, senza esprimere soddisfazione né dispiacere o rimorso. Quale delle
due reazioni trova più inquietante?
(Il regista riflette qualche istante) la folla, sicuramente, ha la reazione più
inquietante. Se vogliamo è come ai tempi della Roma antica, con i cristiani divorati
dalle fiere per il divertimento crudele e insensato del popolo accorso per assistere al
macabro spettacolo.
Ritiene che la pena di morte sia un valido deterrente per la criminalità?
Il regista di un film come "L'ultimo appello" non può essere a favore della
pena di morte. Sono contrario, assolutamente contrario, e credo che ciò sia evidente
anche guardando i miei film precedenti, dove praticamente inneggio alla vita in ogni
occasione.
Lei crede
nella redenzione?
Credo che questa risposta debba essere gestita indipendentemente da quella
riguardo la pena di morte. Ritengo infatti che alcuni individui possano redimersi, mentre
per altri non ci sarebbe alcuna possibilità. Ad esempio, se Hitler tornasse, credo che
rimarrebbe in galera a vita, perché è l'incarnazione stessa del male, senza alcuna
possibilità di redenzione. Allo stesso modo, sono convinto che molti uomini, considerati
"criminali incalliti", possano cambiare, divenire migliori ed essere reinseriti
nella società.
Sam Cayhall è senz'altro una persona sgradevole: eppure i detenuti di colore, nel
film, gli esprimono solidarietà, sembrano comprenderlo e assolverlo dai suoi crimini
razzisti. E' un aspetto presente anche nel libro o è stato aggiunto alla sceneggiatura
del film?
E' un aspetto presente nel libro, anche se nel film è stato da me evidenziato. Sam, in
fondo, è un uomo "cattivo", ma non è un "mostro" come l'opinione
pubblica vorrebbe far credere. Tutto ciò si ricollega al concetto di redenzione, del
quale abbiamo appena parlato.
Chi è il vero "cattivo" ne "L'ultimo Appello": Sam, il vecchio
razzista e presunto omicida, o il cinico governatore McCallister?
(dopo una lunga riflessione): Senza dubbio il governatore McCallister, perché lui è il
rappresentante e il portavoce della maggioranza. Da lui ci si dovrebbe attendere una linea
morale rigorosa e onesta, invece usa le persone a solo scopo politico, per ottenere
vantaggi personali.
Lei è sempre stato molto attento nella scelta degli attori, ci può dire qualcosa a
proposito del cast de "L'ultimo Appello" e dei metodi usati per dirigerlo?
Nel film ci sono diverse generazioni di attori. C'è il giovane Chris O'Donnell, con il
quale mi sono trovato benissimo. Il ragazzo ha dimostrato delle doti professionali poco
comuni, era sempre attento alle mie indicazioni di regia e chiedeva continuamente
informazioni riguardo i personaggi e la trama, al fine di identificarsi meglio con il suo
personaggio. Faye Dunaway è la deliziosa professionista che tutti conosciamo, mentre con
Gene Hackman non c'è stato bisogno di dire nulla, era semplicemente perfetto, qualsiasi
cosa facesse. Credo che questa sia una delle sue migliori interpretazioni.
Luigi De Angelis |