Tempi Moderni

Interviste


Intervista a Mike Figgis

Sig. Figgis ho notato che lei ricorre spesso ad identiche tecniche nel girare i suoi film utilizzando gli stessi attori, E' un modello che la soddisfa? Come si pone rispetto ali produttori di Hollywood? Il suo è un film che parla anche in maniera profonda dell'argomento dell'interrazzialità, cosa ne pensa?
Il regista lascia in ogni sua opera la propria personale firma, io giro i miei film così come li conoscete, non saprei fare in un altro modo. Nonostante tutto devo comunque dire che le indicazioni lasciatemi dai produttori e le pressioni che ho ricevuto sono sostanzialmente state diverse con il successo di "Leaving Las Vegas" e ho avuto la possibilità di dare con questo nuovo film una ulteriore impronta personale del mio modo di girare. Per la seconda domanda devo dire che il problema dell'interrazzialità è un problema piuttosto sentito negli Stati Uniti ma non allo stesso modo dappertutto e comunque non è l'argomento fondamentale del film. Sento che il cinema rispetto alla realtà si trovi ultimamente sempre un po' in ritardo e indietro.

Che rapporto c'è tra lei e la musica? Nella storia trova anche posto un'estratto di un concerto per archi. Può specificare i musicisti su quale partitura suonano?
La musica a cui lei fa riferimento è una cavatina di Beethoven tratta dall'opera 130. Il rapporto con la musica per mè è molto istintivo. Non costituisce comunque un elemento così importante anche se può essere utilizzata in maniera specifica per rifinire il racconto, per ritoccarlo. La musica di questo film è secondo me in grado di realizzare un contatto emotivo con lo spettatore permettendogli un maggior grado di interazione. Spesso senza la musica abbiamo difficoltà a riflettere sulla storia con un certo spessore.

Come le è venuta l'idea di inserire nel racconto il problema dell'AIDS?
La realtà è che la gente muore oggi troppo spesso di questa atroce malattia e questo film è dedicato ad un mio amico morto 6/7 anni fa e con cui ho anche lavorato insieme. E poi la morte è sempre stata un elemento centrale della letteratura europea e persino greca.

Come mai ha scelto un titolo come questo "One Night Stand"?
Perché è una frase molto comune e in voga fra i giovani americani. La scelta del titolo è sempre stata un grosso problema nonché un elemento fondamentale per il marketing che lavora alacremente affinchè la pellicola raggiunga un certo interesse. Sono comunque convinto che il tempo che si passa spesso per cercare il titolo "giusto" è decisamente sproporzionato.

Lei non dà l'impressione particolare di essere un regista hollywoodiano anche perché affronta, in parte contrastandoli, i temi del "politically correct", come la sua libera posizione nei confronti ad es. del fumo visto che quasi tutti gli attori nel film fumano.
Sono tutt'ora in attesa di una reazione da parte del pubblico statunitense dal quale ad una anteprima ho avuto contrastanti reazioni soprattuto per quanto riguarda il fumo.

Che libertà lascia agli attori?
Mi piace che gli attori recitino in sordina per così dire, che si esprimano anche attraverso ciò che sentono realmente.

Che rapporto c'è in realtà tra lei e il cinema?
Sono state espresse riflessioni troppo superficiali in merito a questo. Esistono due ordini di problemi: Hollywood desidera troppo spesso realizzare film non realistici a cui ci stiamo pericolosamente abituando. In seconda istanza il cinema non è l'arte più importante. Esistono soprattutto la poesia, la musica, la letteratura. Rispetto a tutto questo il cinema è come un "bambino con la bocca sporca di latte".

Problemi di budget con questo suo ultimo film?
"Leaving Las Vegas" mi ha aiutato molto ivi compreso l'oscar vinto da Nick Cage. Mettiamola così: una volta che hai girato tre pellicole che non hanno avuto alcun successo ben difficilmente ti sarà permesso di girarne un'altra!

Claudio Pofi