Perche' in "Un paradiso di bugie" non
hai partecipato alla sceneggiatura?
Casini: "Perche' mi piace fare la regia, semplicemente; poi, secondo me, un regista
collabora sempre un pochino alla sceneggiatura, le cose cambiano, si puntualizzano i
personaggi: Noi abbiamo fatto delle prove a tavolino, prima di fare il film, ci sono stati
dei piccoli aggiustamenti".
Controllo totale sul cast?
Casini: "Si', ho avuto la possibilita' di scegliere chi volevo. Mi ha reso felice,
perche' volevo questi attori e sono riuscita ad averli. Quindi, nel bene o nel male, sono
io la responsabile".
Non ti sembra che la storia, i personaggi, abbiano un'ingenuita' che sembra
presa da un film degli anni 50-60?
Casini: "Mi fa piacere questa cosa, perche' secondo me in Italia non
e' cambiato molto in questi 30 anni, si sogna di vincere la lotteria, si comprano i
grattaevinci, anzi mi sembra che sia anche aumentato questo delegare alla fortuna la
possibilita' di raggiungere i propri sogni. Io credo poi che ci manchino un po' i film di
genere; abbiamo registi e attori molto bravi, anche piccoli film molto interessanti ma
mancano i film di genere, che poi sono quelli che fanno vivere il cinema, che permettono
al pubblico di affezionarsi agli attori italiani. Io amo la commedia, sono felice di avere
fatto una commedia, un film d'intrattenimento".
Ponziani: "Io non so se e' una coincidenza successa a me, ma io ho
delle amiche che hanno investito tanti soldi in finanziarie poi sparite; ci sono tante
ragazze alle quali, davanti ad uno che fa due smancerie, avendo tanto bisogno d'amore,
negato per tanti anni, vengono i famosi occhi foderati di prosciutto, che non stanno a
pensare se un uomo vuole solo i soldi o il sesso, ma lo amano com'e'. Poi i film, per far
ridere, devono esagerare, ma io non li vedo cosi' lontani dalla realta', anche perche'
credo che la televisione sia diventata un mito per la massa, comprese le mie sorelle, che
fanno un lavoro semplice, si alzano la mattina, tornano a casa la sera, e vedono la
televisione, la pelliccia, il brillante, il famoso consumismo. Anna, nella sua stupidita'
e' cresciuta credendo a quello che gli ha detto la televisione, che non gli ha spiegato
che e' tutto finto, che uno spot serve solo per far vendere la merce, che la realta' e'
diversa. Una persona che non ha troppi contatti con la realta' vede la televisione e si
puo' illudere".
Un film ambientato a Milano poteva mostrare una realta' meno banale?
Casini: "Io ho fatto una commedia, mica un film sociale o verista. Poteva
essere ambientato in un'altra citta', ho scelto Milano solo perche' offre maggiori spunti,
tant'e' che ho preso un'attrice che non e' nemmeno milanese. Io sono milanese, e so che
Milano non e' solo quella del film, che ci sono tante sfaccettature all'interno della
citta', che ci sono tanti personaggi, in certi casi anche peggiori di quelli che abbiamo
rappresentato. E' una Milano inventata, che mi e' servita per la commedia, per incontrare
dei gatti e delle volpi che si confrontano con la mia protagonista".
Com'e' avvenuta la scelta della ragazza?
Casini: "Intanto ho fatto dei provini, perche' nel cinema italiano e'
difficile trovare un'attrice giovane; visto che si fanno cosi' pochi film, non si riesce a
creare un parco attori sufficiente. Volevo una faccia vera e ho trovato Carlotta in una
scuola di danza classica: avendo io fatto danza classica, so che chi vi e' impegnato ha
una bella testa, con una grande disciplina. Tutti pensano che il cinema sia una cosa molto
facile, mentre invece c'e' bisogno di una grande disciplina, perche' c'e' poco tempo; io
poi volevo girare in presa diretta, che e' una complicazione ulteriore. Dopo aver scelto
Carlotta, l'ho preparata per un bel po' di tempo, perche' quando si va sul set, e'
difficile stare dietro agli attori, ci sono tanti altri problemi che insorgono".
Nel cinema italiano questo tipo di rapporto genitore-figlio e' assai raro.
Ricorda "Ladri di biciclette", col bambino che insegna al padre ad essere padre.
Non c'e' una tradizione simile nella commedia.
Casini: "Io ho scritto per tanti anni su un mensile che si chiamava
"Moda". Rispondevo a molte lettere di donne con problemi, ed ho conosciuto
meglio l'universo femminile grazie a questo continuo scambio. Mi ronzava nella testa
questo strano rapporto madre-figlia, con le madri della mia generazione, allevate in
maniera diversa, impreparate al ruolo, che a quarant'anni si chiamano ragazze, hanno
un'irresponsabilita' che e' pero' anche energia vitale. Allo stesso tempo ci sono delle
adolescenti che hanno voglia di autorita', di un rapporto meno sfuggente, piu' stabile. Mi
interessava raccontare queste cose, che, poi, sono entrate in un'architettura globale
assieme ad altre, ma che ne costituiscono il cuore".
Da "Lontano da dove" ad oggi, quali altri tentativi di fare film?
Casini: "Nessuno. Dopo quel film, sono stata convinta da Francesca Marciano
a tornare in Italia, mentre io volevo restare in America. Mi sono messa a fare l'attrice
di teatro, poi la giornalista, poi ho fatto sei film per la televisione, due libri. Non ho
sentito l'esigenza di fare un altro film, forse perche' e' cosi' faticoso, perche' tanto
lavoro viene vanificato in una giornata; ci si mettono tante energie e poi tutto finisce
in un week-end e ci si sente stremati, vuoti".
Monica Scattini, dopo tante caratterizzazioni, per le quali sei giustamente famosa,
cosa ti piacerebbe fare?
Scattini:"Vorrei fare finalmente una protagonista, magari in una
commedia, ma non necessariamente. Sai com'e' succede in Italia: vieni fuori in un ruolo e
poi sei costretta a fare sempre quello, perche' viene meno la fantasia, la voglia di
rischiare. Mi piacerebbe fare, non so, "Irma la dolce", un personaggio cosi'.
L'ho detta grossa?
L'evoluzione di Stefania Casini, da un personaggio trasgressivo a regista di un film
gradevole, femminile, sognatore.
Casini: "Il mio percorso e' simile a quello di tutte le donne un po' trasgressive che
crescono. Dalle tette al vento ad altre cose, insomma. Io sono stata aiutata moltissimo
dal giornalismo, perche' ho avuto sempre un grande amore ed una grande paura per il
cinema. Ci sono arrivata con Germi, ma proprio nel momento in cui iniziava la crisi, che
dura ormai da piu' di vent'anni. Inoltre la paura del cinema era anche paura di una vita
futile: non avevo personaggi troppo interessanti, facevo solo e sempre le spalle dei
protagonisti; ho cominciato cosi' a percorrere altre strade, che mi hanno permesso di non
restare prigioniera della mentalita' dell'attrice, di viaggiare molto, non per vacanza, ma
per lavoro, di superare le paranoie di invecchiare, di non lavorare, di scoprire, infine,
le cose piu' importanti nella vita, e perfino il grande amore per la regia. Ricordo che
sono stati molto pochi i registi che mi hanno aiutato a costruire un personaggio:
Bertolucci, Germi e pochi altri. E' importante la direzione degli attori, che sono bestie
meravigliose e delicatissime, hanno bisogno di molte attenzioni, di energie, di sentirsi
parte di un progetto".
Antonella, anche tu hai lavorato alla regia per alcuni cortometraggi. Hai intenzione
di andare avanti in questa attivita'?
Ponziani: "Sono d'accordo con quello che ha detto Stefania. Io ho cominciato a
vent'anni a fare l'attrice; prima facevo il liceo artistico, amavo la musica, la pittura e
mi sembrava che il cinema le riassumesse tutte. Mi sono resa conto, poi, di cosa vuol dire
fare l'attrice: lavorare sei mesi e poi non avere niente da fare per un anno. Il modo di
essere attrice in Italia, e' una cosa che non si adatta alla mia personalita', che ha
bisogno di stimoli continui. L'aspetto, che e' molto importante per un'attrice, mi mette
molto in soggezione; non mi va di stare a pensare che devo essere sempre bella,
appetitosa, affascinante; non mi va di stare sempre appresso all'aspetto, mi scoccia.
Cosi' mi e' stato detto: "La Ponziani e' sciatta, spettinata". Si', e' vero,
diciamolo. Io odio andare dal parrucchiere, odio tutte quelle cose da femmina; io adoro
recitare, mi piace mettermi nelle mani di un regista, lasciarmi dirigere totalmente, dare
tutto quello che posso. Sono una persona che ha i suoi conflitti interiori; ho l'esigenza
di capire quali sono i miei canali, di persona, a prescindere dal sesso e da tutto quanto
il resto, in cui mi posso esprimere, dare una senso alla mia vita, sentirmi utile,
creativa. Ho tentato con la musica e con la regia. Penso che una cosa non escluda l'altra,
e quando mi propongono un film bello, quando ci tengono a lavorare con me, io corro e do'
il massimo come attrice e basta. Quando, poi, ho periodi di inattivita' mi comincio a
cimentare in altre cose. Ho fatto tre corti ed al terzo mi sono resa conto di quanto sia
impegnativo e difficile fare la regia, trovare i soldi, trovare un'idea, girarlo. E'
difficile, quando esce, cercare di farlo vedere, di fare in modo che non sparisca. Pero'
forse proprio perche' e' cosi' difficile e duro, ti fa tanto crescere, e' una sfida. Brava
Stefania, che ci e' riuscita".