Tempi Moderni

I film del 1997


HANA-BI

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Takeshi Kitano
Fotografia: Hitoshi Takaya
Montaggio: Takeshi Kitano,Yoshinori Ota
Prodotto da: Masayuki Mori, Yasushi Tsuge, Takio Yoshida
(GIAPPONE, 1997)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: ISTITUTO LUCE

PERSONAGGI E INTERPRETI

Nishi: Beat Takeshi
Miyuki: Kayoko Kishimoto
Horibe: Ren Osugi
Nakamura: Susumu Terajima

hanabi.jpg (4334 bytes)E' tutto contenuto nel titolo il tema semplicissimo del settimo film dell'attore e regista giapponese Takeshi Kitano. "Hana-bi" è la scomposizione di una parola che, unita significa fuochi d'artificio, ma che così diventa una specie di contrapposizione tra "Hana", fiore, simbolo della vita, e "Bi", fuoco, come quello dei proiettili, e quindi simbolo di morte: per Kitano la morte è un vettore orizzontale che scorre lungo la vita, e ad essa sovrappone allora un tema verticale altrettanto antico, l'amore coniugale. Ovvero quello tra il detective Nishi e la moglie, affetta da un male incurabile, che si intreccia ai sensi di colpa che l'uomo prova per il ferimento involontario di un amico, costretto in una sedia a rotelle. Su questa base semplice e salda si inseriscono nuovi particolari narrativi e simbolici. L'ultimo viaggio concesso da Nishi a se stesso e alla moglie, circondato da un silenzio identico a quello dei flashback, e scandito dai disegni dell'amico abbandonato: contrappunto della loro stessa vicenda, segno della vitalità che nasce dal dolore, ma non può sperare in nessuna consolazione definitiva, se non la morte. Questa è, molte volte, il solo fatto necessario, ma lo stravolgimento che provoca nella distruzione degli ostacoli, non fa che riportare tutto al punto di partenza, alla stessa immagine. Il silenzio è, alla fine, solamente assenza di parole, ed è una scelta obbligata, mentre l'espressione spetta ai gesti fisici, unico disperato mezzo di comunicazione. Kitano, con apparente semplicità, firma un'opera terribilmente complessa, che spiazza dall'inizio, che si svela con difficoltà, ma premia il coraggio di tenerle testa. Una conferma che i giapponesi sanno veramente dove va messa una macchina da presa, ma un'altro caso di benevolenza da parte di un ristretto pubblico occidentale che, affascinato dall'abilità dell'uomo e dall'intensità della sua cultura, è pronto a perdonare cose che non si sognerebbe mai di perdonare ad un autore più vicino. Un film violentissimo, eppure incredibilmente lento, di certo uno dei più fastidiosi visti all'ultimo Festival di Venezia, amato e odiato senza via di mezzo.

Marco Medelin