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HANA-BI CAST TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia: Takeshi Kitano
Fotografia: Hitoshi Takaya
Montaggio: Takeshi Kitano,Yoshinori Ota
Prodotto da: Masayuki Mori, Yasushi Tsuge, Takio Yoshida
(GIAPPONE, 1997)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: ISTITUTO LUCE
PERSONAGGI E INTERPRETI
Nishi: Beat Takeshi
Miyuki: Kayoko Kishimoto
Horibe: Ren Osugi
Nakamura: Susumu Terajima
  
E' tutto contenuto nel titolo il tema semplicissimo del settimo film
dell'attore e regista giapponese Takeshi Kitano. "Hana-bi" è la scomposizione
di una parola che, unita significa fuochi d'artificio, ma che così diventa una specie di
contrapposizione tra "Hana", fiore, simbolo della vita, e "Bi", fuoco,
come quello dei proiettili, e quindi simbolo di morte: per Kitano la morte è un vettore
orizzontale che scorre lungo la vita, e ad essa sovrappone allora un tema verticale
altrettanto antico, l'amore coniugale. Ovvero quello tra il detective Nishi e la moglie,
affetta da un male incurabile, che si intreccia ai sensi di colpa che l'uomo prova per il
ferimento involontario di un amico, costretto in una sedia a rotelle. Su questa base
semplice e salda si inseriscono nuovi particolari narrativi e simbolici. L'ultimo viaggio
concesso da Nishi a se stesso e alla moglie, circondato da un silenzio identico a quello
dei flashback, e scandito dai disegni dell'amico abbandonato: contrappunto della loro
stessa vicenda, segno della vitalità che nasce dal dolore, ma non può sperare in nessuna
consolazione definitiva, se non la morte. Questa è, molte volte, il solo fatto
necessario, ma lo stravolgimento che provoca nella distruzione degli ostacoli, non fa che
riportare tutto al punto di partenza, alla stessa immagine. Il silenzio è, alla fine,
solamente assenza di parole, ed è una scelta obbligata, mentre l'espressione spetta ai
gesti fisici, unico disperato mezzo di comunicazione. Kitano, con apparente semplicità,
firma un'opera terribilmente complessa, che spiazza dall'inizio, che si svela con
difficoltà, ma premia il coraggio di tenerle testa. Una conferma che i giapponesi sanno
veramente dove va messa una macchina da presa, ma un'altro caso di benevolenza da parte di
un ristretto pubblico occidentale che, affascinato dall'abilità dell'uomo e
dall'intensità della sua cultura, è pronto a perdonare cose che non si sognerebbe mai di
perdonare ad un autore più vicino. Un film violentissimo, eppure incredibilmente lento,
di certo uno dei più fastidiosi visti all'ultimo Festival di Venezia, amato e odiato
senza via di mezzo.
Marco Medelin |