GUYCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Michael Lindsaey-Hogg
Soggetto e sceneggiatura: Kirby Dick
Fotografia: Arturo Smith
Scenografia: Kara Lindstrom
Costumi:
Montaggio: Dody Dorn
Musiche: Jay B. Tannenbaum
Prodotto da: Renee Missel
(USA, 1996)
Durata: 91'
Distribuzione cinematografica: TANDEM
PERSONAGGI E INTERPRETI
Guy: Vincent D'Onofrio
Voce/Cinepresa: Hope Davis
Veronica: Kimber Riddle
Gail: Diane Salinger
Al: Richard Portnow

Guy,
un trentaquattrenne qualunque - "a guy" - in un giorno qualsiasi, viene
inseguito dall'occhio freddo di una macchina da presa portata sulla spalla di una giovane
film-maker americana, che non rivela niente di sé, neanche il nome. Dapprima sconcertato
e comprensibilmente irritato dalla persecuzione, Guy si lascia inavvertitamente scivolare
al centro dell'attenzione della regista e commuovere dalla sua appassionata ma anche
insondabile invadenza, quindi se ne innamora. "Guy" non è la prova d'autore del
regista Michael Lindsaey-Hogg (che ricordiamo per "Frankie delle stelle" del
1996 e "Attenti al ladro!" del 1991), che non firma né soggetto e né
sceneggiatura, i luoghi di più alta ambizione intellettuale per un "autore" ;
rappresenta, piuttosto, il segno di una autorialità diffusa e divisa, l'esatto contrario
di un'operazione in stile nouvelle vague, in cui il regista fa la parte dell'artigiano e
viene "elevato" dal materiale su cui lavora. Anche se, con la sua pretenziosità
intellettuale, il film a tratti secca e non appassiona, bisogna dire che con lo scorrere
delle immagini ci si lascia via via prendere dalla morbosità dei rapporti che coinvolgono
i personaggi. Girato tutto in una lunga ed estenuante soggettiva, tra le sottili barriere
che separano il film verità dal film di finzione, il reale dall'immaginario,
"Guy" mette al suo centro la reversibilità della seduzione tra guardatore e
guardato, tanto che, come evidenzia forse fin troppo il finale, rimane difficile capire
chi nelle varie scene svolga veramente il ruolo del regista. Qualche volta l'apparato
teorico sembra troppo volere e pretendere, come ad esempio nella scena postmoderna della
telefonata porno, quando nell'albergo sopra una tangenziale convulsa sembra far capolino
qualche ammiccante inquadratura di matrice "crashiana". "Guy" è, in
conclusione, quello che si dice un film confuso. Va da sé che proprio questo è insieme
suo singolare pregio e inevitabile condanna. Tutto quello che racconta, infatti, non è
altro che un'immane storia di rumori e confusione ma anche, se volete, di brutalità e di
compassione.