Tempi Moderni

I film del 1997


GUY

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Michael Lindsaey-Hogg
Soggetto e sceneggiatura: Kirby Dick
Fotografia: Arturo Smith
Scenografia: Kara Lindstrom
Costumi:
Montaggio: Dody Dorn
Musiche: Jay B. Tannenbaum
Prodotto da: Renee Missel
(USA, 1996)
Durata: 91'
Distribuzione cinematografica: TANDEM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Guy: Vincent D'Onofrio
Voce/Cinepresa: Hope Davis
Veronica: Kimber Riddle
Gail: Diane Salinger
Al: Richard Portnow

 

guy.jpg (16258 bytes)Guy, un trentaquattrenne qualunque - "a guy" - in un giorno qualsiasi, viene inseguito dall'occhio freddo di una macchina da presa portata sulla spalla di una giovane film-maker americana, che non rivela niente di sé, neanche il nome. Dapprima sconcertato e comprensibilmente irritato dalla persecuzione, Guy si lascia inavvertitamente scivolare al centro dell'attenzione della regista e commuovere dalla sua appassionata ma anche insondabile invadenza, quindi se ne innamora. "Guy" non è la prova d'autore del regista Michael Lindsaey-Hogg (che ricordiamo per "Frankie delle stelle" del 1996 e "Attenti al ladro!" del 1991), che non firma né soggetto e né sceneggiatura, i luoghi di più alta ambizione intellettuale per un "autore" ; rappresenta, piuttosto, il segno di una autorialità diffusa e divisa, l'esatto contrario di un'operazione in stile nouvelle vague, in cui il regista fa la parte dell'artigiano e viene "elevato" dal materiale su cui lavora. Anche se, con la sua pretenziosità intellettuale, il film a tratti secca e non appassiona, bisogna dire che con lo scorrere delle immagini ci si lascia via via prendere dalla morbosità dei rapporti che coinvolgono i personaggi. Girato tutto in una lunga ed estenuante soggettiva, tra le sottili barriere che separano il film verità dal film di finzione, il reale dall'immaginario, "Guy" mette al suo centro la reversibilità della seduzione tra guardatore e guardato, tanto che, come evidenzia forse fin troppo il finale, rimane difficile capire chi nelle varie scene svolga veramente il ruolo del regista. Qualche volta l'apparato teorico sembra troppo volere e pretendere, come ad esempio nella scena postmoderna della telefonata porno, quando nell'albergo sopra una tangenziale convulsa sembra far capolino qualche ammiccante inquadratura di matrice "crashiana". "Guy" è, in conclusione, quello che si dice un film confuso. Va da sé che proprio questo è insieme suo singolare pregio e inevitabile condanna. Tutto quello che racconta, infatti, non è altro che un'immane storia di rumori e confusione ma anche, se volete, di brutalità e di compassione.

Alfonso Iuliano