GO NOWCAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Michael Winterbottom
Soggetto e sceneggiatura: Paul Henry Powell e Jimmy McGovern
Fotografia: Daf Hobson
Scenografia: Hayden Pearce
Costumi: Rachel Fleming
Montaggio: Trevor Waite
Musiche: Alastair Gavin
Prodotto da: Andrew Eaton
(Gran Bretagna, 1995)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: BIM
Distribuzione home video: MONDADORI
PERSONAGGI E INTERPRETI
Nick Cameron: Robert Carlyle
Karen: Juliet Aubrey
Tony: James Nesbitt
Paula: Sophie Okonedo
Sammy: Berwick Kaler
Dell: Darren Tighe
George: Sean Mckenzie
Geoff: John Brobbey
Bridget: Sara Stockbridge

Partite
a calcio, poi due tiri a biliardo, serate nel pub a vantarsi delle proprie prestazioni
sessuali, tutto ciò dopo aver passato la propria giornata nelle officine e nei cantieri,
da stuccatore, questa la vita "normale" di Nick Cameron. Quando una sera
incontra Karen qualcosa cambia, facile dirlo, in meglio, salvo però qualche piccolo
particolare che sembra incrinare la sicurezza "fisica" di Nick. È la sclerosi
multipla, malattia che prevede proprio un forte decadimento fisico. Di un operaio che
basava tutti i suoi rapporti soprattutto sulla prestanza e l'agilità del suo corpo.
Storia d'amore e calvario dello spirito e del corpo. Resteranno i due nonostante tutto
insieme?
Girato da Michael Winterbottom prima del deludente "Jude", "Go now"
conferma le perplessità che ci venivano dai precedenti film dello stesso regista. Se la
rivista francese "Positif" si è incaricata di incasellare il regista inglese
nelle gabbie di un'autorialità perlomeno discutibile, istituendo paralleli tra
"Jude", "Go now" e "Butterfly kiss", noi non possiamo che
constatare la certo abile duttilità artigiana di Winterbottom, e discutere i suoi film
uno alla volta. Quest'ultimo è stato girato per la televisione. Ora, escludendo, o almeno
prescindendo da un nostro possibile moralismo nei confronti del mezzo, rimane senza dubbio
la sensazione che anche questo - ossia, il tipo specifico di produzione - abbia inciso sul
pressappochismo col quale sembra girato questo film. Che non è una giustificazione, ma
serve solo a cercar di spiegare la cattiva cura del particolare, l'anonimità generale,
dovuta, probabilmente, anche alla fretta eccessiva.
Tutto
scivola sulla pellicola senza mai una presa di posizione meno che banale, senza che ci si
preoccupi di affermare il proprio punto di vista. Mancanza che d'altronde qui coincide con
una pari assenza di coraggio. La materia, è vero, poteva rischiare il pietismo o facili
ricatti emotivi, ma lo sforzo che si fa per sfuggire ciò, nondimeno, precipita il film in
un sentimentalismo più facile e comunque lezioso.
L'ironia e le contromisure atte a bilanciare il pathos e la disperazione della malattia -
tutti quei clic fotografici che interrompono la narrazione per commentare scherzosamente
le vicende - sono vieppiù dei clichè, per di più molto di moda, che dimostrano
soprattutto la preoccupazione di non disturbare troppo il critico accigliato premuroso
della sua stolida vergogna o timoroso di un rossore che potrebbe infiammargli le guance e
magari lo spirito per trascenderlo da quelle categorie di giudizio comode e già formate
che certo stanno a tutti molto a cuore.