Tempi Moderni

I film del 1997


FEBBRE A 90
(FEVER PITCH)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: David Evans
Sceneggiatura: Nick Hornby
Fotografia: Chris Seager
Scenografia: Michael Carlin
Costumi: Mary Jane Reyner
Montaggio: Scott Thomas
Musica: Neil MacColl e Boo Hewerdine
Prodotto da: Amanda Posey
(GRAN BRETAGNA, 1997)
Durata: 105'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
Distribuzione homevideo: BMG VIDEO

PERSONAGGI E INTERPRETI

Paul: Colin Firth
Sarah: Ruth Gemmell
Padre di Paul: Neil Pearson
Madre di Paul: Lorraine Ashbourne
Steve: Mark Strong
Jo: Holly Aird
Ted il Preside: Ken Stott
Paul da ragazzo: Luke Aikman

 

febbre1.jpg (12614 bytes)Paul è un trentacinquenne insegnante di lettere in una scuola della periferia londinese e vive scandendo le sue settimane, con devozione abitudinaria, tra una partita dell'Arsenal e l'altra, da una stagione calcistica alla seguente. Quando nella stessa scuola arriva la puntigliosa professoressa Sarah, poco intenta a fargli passare per buone le sue maniacali abitudini a base di football, tra i due scocca la prevedibile scintilla. Con qualche inevitabile incomprensione, la relazione prosegue fino all'incontro decisivo per il campionato dell'Arsenal quando, all'apice del climax drammaturgico, i due, vinto incredibilmente lo scudetto, si riuniscono tra i festeggiamenti nelle strade vicino Highbury. Come adattamento del romanzo di Nick Hornby che ha fatto tanti orgogliosi tifosi-proseliti del tifo sul calcio, nonostante l'autore sia qui anche autore della sceneggiatura, "Febbre a 90" disattende probabilmente le attese dei suoi fans, nonché con più certezza lo spirito del romanzo. febbre2.jpg (9835 bytes)Infatti le trasformazioni adoperate sullo schermo sono tante e tali da far pensare piuttosto che il film nasca da una costola del libro ampliata e rivista con l'inserimento della storia d'amore tra Paul e Sarah, di cui su carta non vi era proprio traccia. Sia come sia, il film a dispetto dell'aneddotica frammentarietà del romanzo fila lineare e liscio per i suoi oltre 100', con annotazioni di costume tra passato e presente magari gradevoli, ma con qualche sciattezza formale dovuta a una regia televisiva che rivela le origini del regista David Evans e a qualche compiacimento narcisistico di troppo permeante la figura autobiografica dell'ossessionato protagonista. La scena finale poi si giustifica solo con la volontà di finire con il più improbabile degli happy end.

Alfonso Iuliano