LA CLASSE NON
E' ACQUACAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Cecilia Calvi
Soggetto e Sceneggiatura: Cecilia Calvi e Luca Manfredi
Fotografia: Luca Santini
Scenografia: Stefano Pica, Carlo Serafin
Costumi: Nicoletta Taranta
Montaggio: Valentina Migliaccio
Musica: Paolo Calvi
Prodotto da: Monica Venturini per
Dania Film - C.R.C. - Filmes International
in collaborazione con Mediaset
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: WARNER BROS
PERSONAGGI E INTERPRETI
Marinelli: Roberto Citran
Rizzuti: Valerio Mastrandrea
Anna: Barbara Livi
Marco: Edoardo Leo
Tersili: Antonio Catania
Dottoressa: Alessandra Acciai
S.ra Scortichini: Paola Tiziana Cruciani
Don Santi: Stefano Masciarelli
Preside: Luigi Petrucci

Il professor Guido Marinelli, tornato in Italia dopo molti anni di insegnamento
all'estero, incontra una ragazza che gli affida una borsa con un neonato; derubato della
sua cattedra, si incatena davanti al ministero per riaverla; ottenutala, e' costretto a
far fronte ad una classe di teppisti, all'invidia di alcuni colleghi ed alle proposte
insistite di altri. Ai problemi quotidiani si aggiungono un'evasione dal carcere causata
dai propri studenti e, pena non lieve, ma gratificante, l'amore che comincia a provare per
la dottoressa che si occupa del neonato.
Un concentrato di storie, sempre alla ricerca del lieto fine, che sarebbe stato
sufficiente per una dozzina di puntate di quel vecchio successo televisivo che furono
"I ragazzi della terza C". Un mucchio di temi forti, alcuni fugaci, altri
approfonditi in maniera assai smielata, ma non priva di una notevole sensibilita' di
fondo, che vanno ad ampliare ulteriormente il cospicuo reparto scolastico nel grande
deposito del cinema. Il pericolo maggiore per un film di successo, d'altronde, e' quello
di essere destinato ad avere un'infinita' di seguiti; il pericolo maggiore per la critica
consiste invece nel risolvere con troppa fretta la questione: con un'ottica simile non si
sarebbero potuti avere i generi, il western, la fantascienza, l'orrore, amati e venerati
da milioni di spettatori. Cosi' la scuola stessa si puo' considerare ormai un genere, o,
comunque, un terreno molto fertile per il cinema. Il film omonimo di Daniele Luchetti
costituisce certamente in Italia un precedente ingombrante, per fattura e per successo di
pubblico. Ma e' sempre possibile compiere un onesto lavoro di artigianato, senza doversi
sentire in colpa per quello che, a ben vedere, non e' un plagio. Infatti, gia' "Io
speriamo che me la cavo" aveva trattato, ancora prima, un tema simile in un modo
simile, e, ad andare ancora piu' indietro, incontriamo un capostipite ancor piu' illustre,
"Terza liceo" di Emmer, il quale, a sua volta, aveva alle spalle, vecchio di
altri 20 anni, la "Seconda B" di Alessandrini. E se il tema dell'insegnante
buono, in un mondo di corrotti, cacciato e rimpianto, sembra preso pari pari da
"L'attimo fuggente", il finale esaltato di questo stesso film era a sua volta
figlio piu' o meno legittimo dei battimani dei carcerati in "Brubaker". Insomma,
e' necessaria un'analisi obiettiva che sappia prescindere dalle contaminazioni culturali
che ogni film obbligatoriamente possiede. Cosi' in una storia piuttosto leggera come
questa, considerata eccessivamente "buonista", e mal supportata da una colonna
sonora non proprio riuscita, sono molte le cose graziose e non mancano i momenti
divertenti. Nella molteplicita' delle vicende, talvolta accatastate senza troppo ordine,
il film vive una costante crescita, sulla scorta dell'ottima prova di Roberto Citran,
dall'eccezionale ma misurata fertilita' espressiva, e di quella altalenante dei ragazzi,
che pero', poco alla volta, s'iniziano a conoscere e cui si finisce per abituarsi. Molte
cose, probabilmente, potevano essere eliminate, compreso il finale da barricata, ma la
semplicita' del prodotto, destinato ad un vasto pubblico senza troppe pretese, sorpassa di
gran lunga operazioni svolte con gli stessi intenti, ma senza la stessa onesta'.