IL CARICATORE
una cosa Boccia film CAST TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia: Eugenio Cappuccio, Massimo Gaudioso, Fabio Nunziata
Fotografia: Vincenzo Marinese
Montaggio: Fabio Nunziata
Musica: Daniele Sepe
Suono: Gaetano Carito
Prodotto da: Gianluca Arcopinto
(col contributo di Mediaset)
(Italia, 1997)
Durata:90'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
Distribuzione home video: MEDUSA
PERSONAGGI E INTERPRETI
nel ruolo di se' stessi:
Eugenio Cappuccio
Massimo Gaudioso
Fabio Nunziata
Gianluca Arcopinto
Antonio Ricossa
e con la paziente partecipazione di amici, zii, cugini e conoscenti degli autori.


Un
terzetto di irriducibili cinematografari dilettanti e sfortunati cerca di realizzare un
cortometraggio. Storia piuttosto scontata che non aggiungerebbe nulla, se il corto in
questione non fosse "Veronica", opera di idiozia assoluta, mal cominciata e
terminata ancora peggio, con la fine concreta della pellicola. Storia e conclusione,
queste del cortometraggio "Il caricatore", applaudito e premiato al festival di
Locarno. Ottimi moventi, questi, per rimettere mano alla vicenda e permettere ai tre
autori di "Veronica" di portare anch'essi in giro per tutta Italia la loro
opera, di vincere ed essere applauditi ad un festival, e, cosa più importante, di
rimettere mano anch'essi alla loro opera. "Il caricatore" si sviluppa così
sempre in questa direzione, con l'inevitabile sovrapposizione di realtà e fantasia, che
commuove e diverte, senza temere di essere bollata di inverosimiglianza. Lo si può fare,
ma a proprio rischio e pericolo, perché il film è tutto vero, anche quello che non lo
è. Gli attori protagonisti del film ne sono anche registi e sceneggiatori, gli altri sono
zii, cugini, amici, mogli e figli, nel ruolo di sé stessi, ma anche in ruoli
completamente costruiti. Una bottega artigiana che ricorda la leggenda di "El
mariachi", con costi contenuti e liberta' d'improvvisazione sopra una sceneggiatura
dettagliatissima. Una splendida fotografia che si arricchisce del passaggio dagli
originali 16mm agli attuali 35mm, e che imprigiona Roma ed il litorale romano, fino a
trasformarle in una qualsiasi di tutte le città che oggi vanno di moda al cinema, da
Napoli a Berlino. Ma, al tempo stesso, resta Roma, con i suoi abitanti, con i loro
problemi, le loro attività e il loro tempo libero. Così il lunedì sera c'è la partita
di calcio, con il produttore Gianluca Arcopinto, impersonato da sé stesso, che costringe
uno dei tre ragazzi a giocare all'ala destra ("la migliore avuta mai"), per
finanziare il loro progetto; attorno a loro una selva di disperati, attori, registi,
sceneggiatori, in attesa di un lavoro, tutti in calzoncini corti a soddisfare le velleità
calcistiche dei produttori-padroni. Tutti ad inseguire, unico vero obiettivo della vita,
il loro grande sogno, ossia, in questo caso, la voglia di cinema. Tra mestieri alienanti e
realtà familiari da non trascurare, l'unico rifugio è una casa al mare ed un computer
cui affidare la propria anima e le proprie paure. Sempre per il cinema, difficile,
ingrato, prepotente, ma capace dell'ultima ipnosi, non fosse altro che per far contenta
una vecchia zia, che chiede "Quand'è che fai un film?", nella situazione più
divertente e più malinconica, più vera e più immaginaria, di tutta la pellicola e di
tutta una stagione di cinema italiano. Senza scomodare Moretti o chissa' chi altro, come
faranno in molti, troviamo l'evidente impronta del cinefilo ovunque, più che per le
situazioni o per lo stile, per il motivo di fondo, per l'aspirazione, per quella che i
romantici chiamavano "Sehnsucht", una spinta che permea tutti i novanta minuti,
che da' corpo ad un'opera con tutto il beneficio dell'eterogeneita', di momenti alti e
meno alti. Uno splendido lavoro, che va solo incoraggiato e che dovrebbe incoraggiare chi
possiede il vero amore per il cinema, quello della fatica e degli ostacoli, della propria
volontà e del proprio amore. Cucito con incredibile precisione da una magica colonna
sonora, fatta di vecchie canzoni e di musiche originali composte da Daniele Sepe, capaci
di aggiungere forza evocativa, senza uscire mai dalla strada intrapresa, grazie ad una
varietà di scelta e di fantasia che si estende in ogni direzione, con una vetta che
riesce a provocare i brividi: l'"Arrivederci Roma", che accompagna il viaggio
tra i pini, verso il litorale. Ed una crepuscolare, tenace presenza della morte che
aleggia, silenziosa ed inevitabile, durante tutto il film e che affiora ogni tanto, in
mezzo al rumoreggiare confuso della vita.