BUS IN
VIAGGIO
(GET ON THE BUS)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Spike Lee
Soggetto e sceneggiatura: Reggie Rock Bythewood
Fotografia: Elliot Davis
Montaggio: Leander T.Sales
Musica: Terence Blanchard
Prodotto da: Bill Borden, Reuben Cannon,
Spike Lee, Barry Rosenbush (Usa, 1996)
Durata: 122'
Distribuzione cinematografica: BIM
Distribuzione home video: COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Rick: Richard Belzer
Junior: De Andre Bonds
Evan Thomas, Sr: Thomas Jefferson Byrd
Flip: Andre Braugher
Jamal: Gabriel Casseus
Craig: Albert Hall

Due sono, com'è noto, le linee direttrici dell'arte di Spike
Lee: da un lato, la propensione per un cinema laccato (talvolta leccato) ed iperrealista,
sinuoso ed elegante, incentrato sul privato e sulle storie personali; d'altro canto,
lavori ed ipotesi su certo "cinema militante", di istanze collettive ed intenti
più marcatamente pedagogici, meno attento alla forma e maggiormente sensibile ai
contenuti.
Nel primo caso, si parte dall'effervescenza di "Lola Darling" per approdare ai
deludenti lidi paramoralistici del recente "Girl 6" ; nel secondo, si principia
con gli esiti alti di "Fa' la cosa giusta" - a nostro avviso il suo capolavoro,
intriso d'un ambiguità feconda e provocatoria, infine mirabilmente composto per frammenti
divergenti portati nel finale ad esplosiva collisione - per giungere a quelli discutibili
di questo "Get on the bus", che pure ha qualche merito non disconoscibile.
Nell'inscenare, infatti, la vicenda di un gruppo di uomini di
colore che salgono su un autobus per partecipare alla storica Million Man March
(organizzata dal leader carismatico della Nazione dell'Islam Farrakham, il 16 ottobre
1995), Lee è assai abile nel fornire un quadro composito ed assai mosso dei problemi che
ancora affliggono la sua gente alle soglie del Duemila, grazie pure ad un gruppo di attori
sensibile ed affiatato; ma, procedendo verso la conclusione, smarrisce ogni senso
dell'ironia (della sua proverbiale cattiveria, nemmen parlarne) per assumere toni
fastidiosamente sermoneggianti e lamentosamente unanimistici.
Si finisce così per rimpiangere l'asciuttezza ed il vigore narrativo di un
"Clockers"; e per dover constatare, con preoccupazione, che il cinema del Nostro
sembra ormai avviato ad essere un oggetto per uso interno, uno strumento educativo
concepito ad esclusivo uso e consumo della black people: compito lodevole, ma - ci sembra
- davvero troppo limitante per un così dotato cineasta.