L'ULTIMO
APPELLO
(THE CHAMBER)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: James Foley
Sceneggiatura: William Goldman & Chris Reese,
dal romanzo di John Grisham
Fotografia: Ian Baker
Scenografia: David Brisbin
Musica: Carter Burwell
Montaggio: Mark Warner
Prodotto da: John Davis, Brian Grazer, Ron Howard
(USA, 1997)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: UIP
Distribuzione home video: CIC VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Adam Hall: Chris O'Donnell
Sam Cayhall: Gene Hackman
Lee Bowen: Faye Dunaway
E. Garner Goodman: Robert Prosky
Rollie Wedge: Raymond Barry
Sergenete Packer: Bo Jackson
Nora Stark: Lela Rochon
Governatore McCallister: David Marshall Grant
Giudice Slattery: Nicholas Pryor
Wyn Lettner: Richard Bradford
J.B. Gullitt: Greg Goosen
Miss Cooley: Bonita Allen

"L'ultimo Appello" è un film ibrido, che sfugge ad una definizione
precisa: dopo un inizio devastante e di grande impatto emotivo, assume connotati equamente
divisi fra lo sgradevole e il sensazionalistico. Tratto dal romanzo omonimo di John
Grisham, il film è un'apologia non sempre sincera e trasparente contro il razzismo e la
pena di morte. In breve, ecco la storia: il giovane avvocato Adam Hall (Chris O'Donnell)
assume la difesa di un vecchio razzista (Gene Hackman), in carcere da anni per un
attentato dinamitardo ai danni di un avvocato e della sua famiglia. Il vecchio, condannato
alla pena capitale dopo un ennesimo appello, è suo nonno, ma questo è un segreto che il
giovane ha sempre tenuto nascosto a tutti, cambiando persino il cognome per evitare la
vergogna e l'infamia di tale parentela. La decisione dell'avvocato causerà problemi a
tutti, portando alla luce verità scomode e dolorose. L'ottima messa in scena di James
Foley non riesce ad alleviare le imbarazzanti cadute di tono del romanzo di Grisham. Il
peggior difetto dello scrittore, infatti, è quello di non assumere mai una posizione
netta e precisa riguardo agli avvenimenti di cui narra. Ciò può essere perdonato in
romanzi come "Il Socio" o "Il Cliente", ma è assolutamente
inammissibile quando si tratta un argomento delicato e controverso come la pena di morte.
Foley,
aiutato dalla sceneggiatura di Goldman e Reese, cerca di rimediare parzialmente a tale
lassismo soffermandosi sul rapporto fra nonno e nipote in cui riabilita, forse con troppa
leggerezza, la figura del vecchio razzista donandogli un'umanità talvolta immeritata (il
nonno forse è innocente riguardo agli avvenimenti per cui è stato condannato, ma anni
addietro aveva effettivamente trucidato un nero a sangue freddo, colpevole solo di avere
la pelle di un colore diverso dal suo). Il regista, da sempre gran "domatore" di
attori, ottiene il meglio dai suoi interpreti: Hackman è sublime e la Dunaway ancora
carismatica sotto il pesante trucco che non riesce a farla ringiovanire. L'unica nota
stonata viene dall'interpretazione del (troppo) giovane Chris O'Donnell nei panni
dell'avvocato rampante: malgrado la buona volontà, O'Donnell ha costantemente l'aria di
chi si è appena destato da un profondo sonno, e lo sguardo perennemente lacrimevole non
contribuisce ad irrobustire la sua credibilità di attore.