Tempi Moderni

I film del 1997


ANNA OZ

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Eric Rochant
Soggetto: Eric Rochant
Sceneggiatura: Gérard Brach e Eric Rochant
Fotografia: Pierre Lhomme
Scenografia:Thierry Francois
Costumi: Claire Fraisse
Montaggio: Pascale Fenouillet
Musica: Steve Turre
Prodotto da: Alain Rocca
(Francia, 1996)
Durata: 98'
Distribuzione cinematografica: MIKADO

PERSONAGGI E INTERPRETI

Anna: Charlotte Gainsbourg
Marcello: Gérard Lanvin
Marc: Sami Bouajila
Thomas: Grégori Derangère

Tutto si può dire di "Anna Oz", tranne che sia prevedibile, troppo chiaro o "chiuso", come si diceva anni fa. E non è nessuna di queste cose in maniera tanto chiara quanto sconcertante. Anna - interpretata da una Charlotte Gainsbourg quasi adulta e vestita di insolito charme - è una fotografa parigina che vive, un po' come nel film hollywoodiano da cui prende il nome, sballottata continuamente tra sogno e realtà, tra Parigi e Venezia. Le prime immagini ci conducono, infatti, attraverso uno stretto e certo onirico canale della città lagunare. In seguito incominceremo a dubitare quale delle due città sia quella sognata e quale quella vissuta, fino al finale veneziano tutto alla luce del giorno, dopo che Parigi si era frattanto decisamente "onirizzata". Come sempre, all'origine c'è un'indiscrezione: Anna, all'interno di un edificio parigino semidistrutto, aveva infatti scorto un uomo privare con violenza della vista una giovane della sua stessa età; da lì rimozione dei fatti e abbandono nel sogno.
Proprio un po' troppo ambizioso questo quarto film di Eric Rochant ("Un mondo senza pietà" e "Storie di spie" sono gli altri titoli arrivati da noi), nonostante sia stato assistito in fase di sceneggiatura dall'esperto polanskiano Gerard Brach, non fosse altro per la esorbitante, incontrollata quantità di materiale in gioco. Quel che mi sembra essere più impellente per Rochant è dimostrare una sua nuova attitudine allo sviamento, allo spiazzamento deliberato dello spettatore. Tant'è che ogni cosa è doppia e più nel film e rimane la sensazione che il gioco al rimpiattino tra le due-doppie dimensioni potrebbe facilmente continuare all'infinito. Chi più si perde in questa grande e indubbiamente intrigante confusione è, però, proprio il regista che, rifiutando con leggerezza un qualunque possibile senso al film, ci consegna un esercizio di teoria e di stile completamente fine a se stesso.

Alfonso Iuliano