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AMY (CHASING AMY) CAST TECNICO ARTISTICO Regia: Kevin Smith PERSONAGGI E INTERPRETI Holden: Ben Affleck
Il venticinquenne Kevin Smith che con pochi dollari e una caterva di parole fece scalpore con "Clerks", dopo la parentesi miliardaria e sfortunata di "Mallrats" (da noi non è arrivato, ma negli USA non è piaciuto praticamente a nessuno), torna con "Chasing Amy" al 16 mm. e ad un budget più risicato. Questo per dire del lato economico delle cose. Per il resto ritroviamo parecchio del primo film, e non per niente i tre insieme compongono quella che per lo stesso regista è una trilogia del New Jersey. Ma sono probabili puntate a venire. L'incontro tra Holden, autore di fumetti cult ("Bluntman and Chronic") insieme all'amico Banky, e Alyssa, una collega, sembra, soprattutto al primo, destinato all'amore. Ma, complicazione, la ragazza non è soltanto lesbica, passi, ma ha anche alle sue spalle una storia di rapporti sessuali complicata, convulsa e neanche un po' segreta. C'è del materiale tipico della prima commedia di Smith, come dei tipi più o meno dell'età del regista - che ha confessato di aver tratto la storia dagli ultimi risvolti delle sue vicende private - facilmente identificabili in quella che chiamiamo la "Generazione X". Però, questi giovani rispetto ai molti dei loro omologhi del cinema contemporaneo hanno la fortuna e la creanza di non annoiarci affatto. Il regista americano carica i suoi interpreti con la molla di un dialogo brillante quasi screwball comedy e soprattutto condisce la sua commedia di tante osservazioni sapide che danno un rilievo antropologico decisamente più forte e che sa di vero ai personaggi. Il cui linguaggio esplicito, giocosamente scurrile, sembra come il corrispettivo dell'aggressività dimostrata dai timidi per evitare l'imbarazzo. Da notare come le scene più divertenti nascano infatti dal contrasto che genera il desiderio di mostrarsi ultra-liberal o ultranavigati con le resistenze dell'educazione, o dal grottesco che produce un'adesione incontrollata a modelli di buone maniere politico-culturali validi al massimo per una stagione, ma che si rivelano poco interessanti e impraticabili. Già abilissimo in quello che si può definire lo scrivere un film, Smith naufraga un poco quando si tratta di spostarsi dal comico al sentimentale, che pure qui occupa molto spazio, fors'anche per la già detta provenienza autobiografica della storia. Ed anche la morale amara che si fa strada nel finale non sembra assolutamente necessaria, qualora non appesantisca inutilmente quello che si capiva ugualmente e meglio senza. Ma, ed è il suo forte, il giovane regista americano ha successo nel farci desiderare di saperne di più su quella che oggi ci sembra la sua misconosciuta generazione. Alfonso Iuliano |
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