VRINDAVAN
FILM STUDIOSCAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Lamberto Lambertini
Soggetto e Sceneggiatura: Antonio Monroy, L. Lambertini
Fotografia: Pino Sondelli, Barun Raha
Montaggio: Anna Napoli
Scenografia: Antonio Monroy, Ashoke Bose
Costumi: Annalisa Giacci, Neelanjana Ghose
Musica: Savio Riccardi
Produttore: Sergio Scapagnini
(ITALIA, 1996)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: IMC
Distribuzione home video: CECCHI GORI HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Ravindra: Gaetano Carotenuto
Shankar: Antonio Carrano
Hiralal: Mohan Agashe
Vishnu: Soumitra Chatterjee
Francesco: Enzo Decaro
Narada: Paolo Graziosi
Radha: Solani Kulkarni
Annapurna: Rupa Ganguli
Kali: Silvia Ghizzoni
Ganesh: Tullio Sorrentino
Uomo-Cavallo: Robi Ghosh
Goutam: Goutam Ghose

Lamberto
Lambertini, regista di origini napoletane, lavora con successo nell'ambito teatrale dal
1979. Esordisce oggi come regista cinematografico con un film curioso e direi alquanto
ambizioso. "Vrindavan Film Studios" è la storia di Francesco (Enzo Decaro),
scrittore italiano, e Goutam (Goutam Ghose), regista indiano, che finalmente riescono a
realizzare un vecchio progetto scritto insieme. Il film verra' girato nei Vrindavan Film
Studios, antichi studi cinematografici, specializzati nel genere mitologico e situati nel
cuore del Bengala, a nord di Calcutta.
Il film di Lambertini e' diviso in tre parti che s'intrecciano tra loro: 1) Il viaggio di
Francesco attraverso il Bengala e il suo conflitto con se stesso in relazione al racconto
del film che ha scritto; 2) Le riprese del film nel capannone fatiscente dei Vrindavan
Studios dove Narada (Paolo Graziosi) narra a una schiera di divinita' un racconto
mitologico indiano; 3) Il racconto che Narada va narrando, quello della bella fanciulla e
dei due amici inseparabili. Uno dei due sposera' la ragazza, ma il destino,
drammaticamente, per mano della dea Kali, portera' i due uomini a trovarsi l'uno con la
testa dell'altro. Quale dei due e' adesso il vero marito della donna? Con chi dovra'
continuare a vivere? Conta di piu' la testa o il corpo?
A mio avviso c'erano due modi per realizzare questo soggetto: o eliminare il film nel film
e dunque concentrarsi esclusivamente sul racconto mitologico, oppure (e questo sarebbe
stato davvero interessante) optare piu' per il conflitto di Francesco usando il racconto
mitologico solo come sottotrama parallela per rafforzare il conflitto e per dare allo
spettatore una chiave di lettura analogica. Lambertini, invece, ha voluto raccontare
troppo ed ha finito per raccontare tutto male. Il viaggio di Francesco attraverso il
Bengala, nel quale lo vediamo ammirare i tramonti, o disegnare sul suo diario alcune scene
di balli popolari, ha quel sapore fastidioso dell'occidentale ingenuo che dell'India vede
solo cio' che vuole vedere, e cioe' l'aspetto folcloristico e superficiale. Il conflitto
con se stesso e' soltanto accennato da qualche scambio di battute con l'amico Goutam o da
qualche sguardo depresso mentre scruta il panorama, di modo che per tutto il film ci si
chiede: Che vuole questo? Chi e'? Che problemi ha?
Per quel che riguarda le riprese del film nel capannone dei Vrindavan Studios, assistiamo
ad uno spettacolo raccapricciante: Narada e' seduto sulla sabbia, davanti ad una platea di
divinita' truccate e vestite come dei fenomeni da baraccone i quali sono sistemati su
delle collinette di cartapesta immerse nel fumo. Alle loro spalle il fondale di un cielo
al tramonto sul quale vediamo le pieghe del tessuto. Ci domandiamo se e' un risvolto
ironico del film, se Lambertini ci stia raccontando la storia di un Ed Wood indiano. Ma
non e' cosi'. Lambertini prende maledettamente sul serio i personaggi che si aggirano sul
set. E cosi', inevitabilmente, lo spettatore smette di credere (se mai vi ha creduto) alla
serieta' e alla consistenza delle crisi produttive del regista, al conflitto esistenziale
di Francesco. In sintesi, al film.
Forse
la parte piu' interessante e' quella dedicata al racconto mitologico. Lambertini ce lo
racconta in modo classico, senza distaccarsi dallo stile narrativo di Narada, che e' poi
lo stile tipico del racconto mitologico indiano. Assistiamo ad una favola, che come ogni
favola non si sofferma troppo sulle motivazioni dei personaggi o sull'essenza dei
conflitti, ma utilizza sapientemente ogni elemento raccontato per proporre un messaggio.
Naturalmente pero' un racconto di questo genere, agli occhi dello smaliziato spettatore
occidentale, non puo' costituire la parte piu' importante di un film. I salti narrativi,
gli accadimenti magici, l'ingenuita' dei personaggi, finisce per stancare e non puo'
reggere la durata del lungometraggio. Lambertini fa confusione tra l'efficacia del
racconto letterario e l'efficacia del racconto cinematografico, che sono due forme di
espressione ben diverse, governate da principi differenti. Come diceva Hitchcock, nel
cinema non ci sono leggi, soltanto principi. Non e' dunque possibile sostenere che il
racconto mitologico indiano non possa essere efficacemente trasposto al cinema. Un esempio
potrebbe essere "Il Mahabharata" con il quale Peter Brook ci ha incantati nel
1989, ma se andiamo a vedere la storia della preparazione di quel film, scopriamo anni e
anni di lavoro e di ricerca. Scopriamo una sceneggiatura di Jean-Claude
Carrière, dunque una competenza ed una conoscenza del linguaggio cinematografico
che sicuramente Lamberto Lambertini dovrebbe cercare di affinare, magari partendo da un
progetto meno ambizioso, piu' alla portata di chi voglia affrontare la complessita' del
racconto cinematografico.
Sebastiano Tecchio