DUE SULLA
STRADA
(THE VAN)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatore e coproduttore: Roddy Doyle
Fotografia: Oliver Stapleton
Scenografie: Mark Geraghty
Costumi: Consolata Boyle
Montaggio: Mick Audsley
Musiche originali: Eric Clapton e Richard Hartley
Prodotto da: Lynda Myles
(Irlanda/Gran Bretagna, 1996)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica: MIKADO
Distribuzione home video: FOX EAGLE
PERSONAGGI E INTERPRETI
Larry: Colm Meaney
Bimbo: Donal 'O Kelly
Maggie: Ger Ryan
Mary: Caroline Rothwell
Weslie: Brendan O'Carroll
Sam: Stuart Dunne
Cancer: Jack Lynch
Glenn: Meses Rowen
Jessica: Linda Mc Govern


Larry
e Bimbo hanno all'incirca cinquant'anni, sono molto amici ma anche disoccupati. Il primo
non lavora da chissà quanto tempo, mentre il secondo è fresco fresco di licenziamento.
I motivo sono i soliti: lo hanno tagliato per dar corso a una ristrutturazione
dell'azienda, eccetera eccetera. Questo si dice, come buona tradizione di Barrytown e
dell'Irlanda tutta, davanti a un boccale di birra scura che diventa presto una serie di
boccali. Con i soldi della liquidazione Bimbo, che più dell'amico non riesce a starsene
con le mani in mano, decide di comprarsi una specie di furgoncino per riabilitarlo alla
vendita del "fish and chips" e propone all'amico di diventare suo socio. In
qualche modo il camioncino, battezzato frattanto "Bimbo's Burger", viene in
fretta rimesso a nuovo, in modo da fare anche una discreta figura. E' tempo di scendere in
strada, visto che si può approfittare dei Campionati del mondo di calcio (1990) a cui
l'Irlanda partecipa intrattenendo tutti nei pub o comunque davanti alla televisione, senza
cucinare. E poi ci sarà un po' da litigare, anche se l'Eire fa una più che dignitosa
figura e viene eliminata soltanto dall'Italia sovreccitata di Schillaci, a cui, tra
l'altro, andranno i più coloriti improperi e anche le "simpatiche" magliette
con scritto "Fuck Schillaci".
Con quest'ultimo adattamento di Frears si completa al cinema "The Barrytown
trilogy" di Roddy Doyle. Dopo "The Commitments" (di Alan Parker, del '91) e
"The Snapper" (dello stesso Frears, del '93), con "The Van" ritorniamo
per l'ultima volta - così ha dichiarato Doyle, che poi d'altronde ha virato dai consueti
luoghi con "Paddy Clark ha ha ha" - a Barrytown, immaginario sobborgo
settentrionale di Dublino, che corrisponde a un quartiere povero della periferia in cui
Doyle ha vissuto e insegnato (inglese e geografia) per diversi anni.
Quello
che qui stupisce, e anche nei confronti del precedente "The Snapper", è trovare
un sovrappiù di brio e di malinconia, che in quest'ultima fatica di Stephen Frears
coesistono benissimo senza che si avverta la minima forzatura nel passaggio da un tono
all'altro. E' merito della descrizione di "tipi" che caratterizza il romanzo,
probabilmente - e i nostri due, inutile dirlo, sembrano quasi Totò e Peppino -,
dell'attenzione ai gesti e al linguaggio. Ma anche delle capacità registiche che sempre
dimostra Frears. Nel film si alternano agli interni gremiti di persone, caldi e tutto
sommato anche solidali, come il focolare domestico, il mitico pub e l'itinerante
furgoncino, campi lunghi sul di fuori decisamente svuotati e desolanti, quando non ostili,
di cui l'immagine simbolo è quella finale del "Bimbo's" lasciato finalmente
sulla battigia prima che l'amicizia venga seriamente compromessa. Il furgoncino non è uno
"snapper", non dà speranza, probabilmente perchè ci si mette di mezzo il
commercio. Non solo non assicura nessun collegamento con quello che attende fuori, ma
l'itinerare stanco alla fine non fa che rendere più pesante e difficile il rientro in
quegli unici spazi di possibile e reale benessere. E' un film diviso tra l'ironia e la
verve di chi tira avanti senza grandi sogni e con molta birra, e l'amarezza che viene
dall'ennesimo scacco rispetto a quello che era solo un tentativo timoroso.
Alfonso
Iuliano