L'USSARO SUL
TETTO
(LE HUSSARD SUR LE TOIT)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Jean-Paul Rappeneau
Sceneggiatura: Jean-Pau Rappeneau, Nina Companeez,
Jean-Claude Carrière
Fotografia: Thierry Arbogast
Montaggio: Noelle Boisson
Scenografia: Ezio Frigerio
Musica: Jean-Claude Petit
Produzione: René Cleitman
(FRANCIA, 1995)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
Distribuzione home video: DELTAVIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Pauline de Théus: Juliette Binoche
Angelo Pardo: Olivier Martinez
Maggionari: Claudio Amendola
Il medico: François Cluzet
Il commissario di polizia: Gérard Depardieu
Giuseppe: Carlo Cecchi
Il venditore ambulante: Jean Yanne
Monsieur Peyrolle: Pierre Arditi

La "Nouvelle vague" è come il sessantotto. Tutti la citano ma
nessuno ne ha tratto alcun insegnamento. Uno dei segni di questo voltafaccia sta nel
risorgere di un concetto che la Nouvelle vague si illudeva di aver distrutto per sempre:
il cinema di qualità. Un concetto sinistro che evoca un cinema fondato sulla
"professionalià", sul buon senso, sul perbenismo culturale, sull'esportazione
del prodotto all'estero, sulla coproduzione con conseguente "par condicio" sul
cast tecnico e artistico.
Regola numero uno del cinema di qualità è l'adattamento di un classico della letteratura
del paese di origine del film, atto a garantire la rispettabilità culturale del prodotto
e rivendicarne i vanti nazionali. Claude Autant-Lara, Jean Delannoy, e gli sceneggiatori
Jean Aurenche e Pierre Bost furono i campioni di questo cinema negli anni cinquanta.
Claude Berry e Jean Paul Rappeneau ne sono i degni eredi. Con la fedele partecipazione
dell'immancabile e onnipresente Jean Claude Carrière, il Suso Cecchi D'Amico del cinema
francese, che l'Academie Fra,çaise potrebbe annoverare tra i suoi membri, il giorno in
cui finalmente si dovesse liberare da un fastidioso e anacronistico pregiudizio nei
confronti del cinema.
Dopo aver portato sullo schermo "Cyrano de Bergerac", Rappeneau rispolvera un
classico di Jean Giono, scrittore degli anni quaranta e cinquanta diventato l'incubo di
tutti i liceali francesi per l'ardità delle sue storie bucolico-ecologiste. Qui però si
tratta di un Giono diverso, che riesce a ripetere il miracolo Stendahliano con un romanzo
avventuroso, romantico, ottocentesco.
Siamo
nella Francia del 1832. Angelo Pardo è un coraggioso rivoluzionario piemontese
rifugiatosi in Provenza dopo la restaurazione monarchica seguita alle guerre napoleoniche.
Ha lasciato la tranquilla Aix-en Provence per raggiungere un gruppo di compagni carbonari
ed avvisarli che la polizia segreta austriaca è sulle loro tracce. Tre agenti nemici
tentano in ogni modo di fermarlo. Sfuggendo alle loro imboscate, Angelo si trova nel pieno
di una epidemia di colera che imperversa nella regione. Invece di fuggire gli orrori della
malattia, egli si prodiga generosamente, con coraggio, per salvare quante più vite
possibili. Incontra Pauline de Théus, giovane aristocratica francese alla ricerca del
marito misteriosamente scomparso, forse già morto, e se ne innamora a prima vista. Lei,
dapprima restia, cede all'amore solo durante il loro lungo e avventuroso viaggio
attraverso uno splendido paese ormai in preda alla morte e alla desolazione.
L'anacronismo del film non sta tanto nella storia - che esalta valori universali ed eterni
e ripropone manzonianamente l'epidemia come metafora della decadenza dell'umanità -
quanto nell'addattamento e nello stile di Rappeneau. Il quale, dietro alla stanca,
accademica ricostruzione epico-realistica, sembra soprattutto animato dalla volontà di
contrapporsi alla tradizionale immagine intimista del cinema francese. Questa vecchia
guerra tra film intimisti e film di "ampio respiro" internazionale sta
consumando inesorabilmente il cinema d'oltralpe, spingendo alcuni autori a realizzare film
completamente spogli e astratti, ed altri, per contrasto, ad appesantire i loro con il
fardello della ricostruzione storica. Gli uni e gli altri dimenticano la sintesi di
Truffaut e Rohmer, che avevano dimostrato, in film come "Le due inglesi" o
"La marchesa von O", che si poteva evocare un'intero mondo senza diventare
schiavi dell'esibizionismo calligrafico.
Ma gli epigoni della Nouvelle vague, come dicevamo, sono destinati a rimanere inascoltati.