SOTTO GLI
ULIVI
(ZIR-E DERAKHTAN-E ZEYTUN)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Abbas Kiarostami
Soggetto e Sceneggiatura: Abbas Kiarostami
Fotografia: Hossein Jafarian, Farhad Saba
Montaggio: Abbas Kiarostami
Musica: Farshid Rahimian
Produttore: Abbas Kiarostami
(IRAN, 1994)
Durata: 103'
Distribuzione cinematografica: BIM
Distribuzione cinematografica: MONDADORI VIDEO
INTERPRETI
Mohamed Ali Keshavarz
Hossein Rezai
Farhad Kheradmand
Zarifeh Shiva
Tahereh Ladanian
Mahbanu Darabin
Ahmad Ahmadpour
Babak Ahmadpour

Autore
di "Dov'e' la Casa del Mio Amico", "Close Up" e "E la Vita
Continua", film che a partire dal 1987 hanno riscosso un grande successo ai festival
piu' importanti d'Europa, Abbas Kiarostami e' diventato il beniamino di molta critica e
sopratutto della critica francese. Basti pensare che "Les Cahiers du Cinema" gli
hanno dedicato un intero numero. Anche un grande maestro come Akira Kurosawa ha definito i
film di Kiarostami, "meravigliosi". Altri ancora hanno dichiarato che
"Sotto gli Ulivi" e' il piu' bel film dell'ultimo decennio. Insomma, e' chiaro
che tra i piu' alti pulpiti del cinema, Kiarostami riscuote una stima ed una
considerazione eccezionale. Noi naturalmente sappiamo che spesso quello che piace alla
critica delude il pubblico. E' uno dei piu' antichi dilemmi riguardo il cinema. Chi ha
ragione? Non che Kiarostami non piaccia ad una piccola, (direi esigua) fetta di pubblico,
ma sicuramente la stragrande maggioranza degli spettatori cinematografici si annoierebbero
non poco a vedere "Sotto gli Ulivi".
In "Sotto gli ulivi", un regista (l'alter ego di Kiarostami) e la sua piccola
troupe si recano in una zona montuosa dell'Iran per girare un film tra le rovine che un
terribile terremoto ha lasciato dietro di se'. Il film ha come protagonisti alcuni dei
sopravvissuti al cataclisma. Non c'e' una sceneggiatura, ci sono soltanto dei personaggi
che fanno se stessi. C'e' Hossein, un giovane ragazzo che il terremoto ha lasciato senza
famiglia e senza casa e c'e' Tehereh, una giovane ragazza che vive con la nonna e del
quale Hossein e' innamorato. Da molti mesi, da quando Hossein l'ha vista al cimitero ed i
loro sguardi si sono incrociati per un attimo, lui la perseguita con le sue proposte di
matrimonio. Ma Tehereh si fa negare, a malapena lo guarda e non gli risponde. Eppure
qualcosa c'e'. C'e' attrazione, ma c'e' anche una cultura che affonda le sue radici nel
medioevo. Questi due personaggi, che realmente esistono e che realmente provano questo
sentimento, reciteranno la parte di marito e moglie nel film. Sara' questa possibilita' di
finzione all'interno della realta' a dar loro la possibilita' di avvicinarsi.
Inversamente,
per il regista, il cui interesse per la storia va al di la' del set, la realta' dei due
personaggi scelti determinera' il delinearsi della storia. Vi sara' dunque uno scambio
molto sottile tra realta' e finzione.
Questa concezione del cinema e' senz'altro interessante. Temi antichi quanto la vita
stessa, l'amore, il dolore, la morte, per altro inseriti in un contesto sociale del terzo
mondo, vengono trattati a livello concettuale e formale con un linguaggio spesso piu'
avanguardista della maggioranza della cinematografia moderna ancorata ai sistemi narrativi
del teatro dell'ottocento. Non e' piu' l'autore a predeterminare la storia, ma è
quest'ultima ad imporre all'autore delle scelte obbligate, dettate dal naturale svolgersi
degli avvenimenti. Per quel che mi riguarda l'interesse del film e' tutto li'. E' per
l'appunto di carattere formale. Kiarostami indugia, senza un particolare motivo che lo
possa giustificare, su delle inquadrature spesso troppo lunghe dove lo spettatore ha, sì,
il tempo di percepire il ritmo della realta', ma che hanno piu' il sapore di un
documentario che di un film. Sui titoli di testa, dopo un breve prologo nel quale il
regista effettua un provino, c'e' un'inquadratura interminabile di una soggettiva
dall'interno di un'automobile. Percorriamo una strada di campagna. Ad un certo punto la
macchina si ferma e carica un viandante. Incomincia un dialogo tra il guidatore, una donna
che poi scopriremo essere l'aiuto regista del film, il viandante, un conoscente e u
insegnante di scuola che ci parla della sua condizione.
Questa
inquadratura fissa sulla strada dura circa otto minuti. Il viandante scende. Poi c'e'
l'incontro con due bambini che scopriamo hanno il compito di portare ciascuno dei vasi di
fiori per le riprese della giornata. La donna, che ancora non vediamo, si lamenta della
qualita' dei fiori, poi li lascia andare e riprende la sua corsa. L'inquadratura e'
cambiata. E' sempre in soggettiva, ma adesso ci mostra quello che succede (cioe' nulla)
fuori dal finestrino. Tutto questo dura circa quindici minuti. E' geniale? Hitchcock, che
fu a lungo bistrattato dalla critica, diceva: "La verosimiglianza non mi
interessa. Non c'e' cosa piu' facile da ottenere." François Truffaut, che
pur essendo critico d'altissimo livello, era molto piu' pragmatico della maggioranza dei
suoi colleghi, sosteneva che il grande difetto della critica era quello di separare la
forma dal contenuto.
Ai critici che lo osannano piace l'idea che Kiarostami non scriva sceneggiature, piace
l'idea che questo regista non si curi che in minima parte dell'aspetto tecnico del cinema,
che non cerchi di fare dello spettacolo. Ma ancora per citare Truffaut: "....
capiscono (i critici) che la scelta delle sceneggiature, la loro costruzione e tutto il
loro contenuto sono strettamente legate alla tecnica e dipendono da essa?" In
altre parole, secondo un certo modo di vedere, il cinema e la tecnica cinematografica sono
indivisibili. Lo sforzo compiuto nell'eliminare l'aspetto tecnico da un film nega
l'essenza del film stesso.
Vedete dunque che esistono varie scuole di pensiero ed anche vari approcci all'arte del
cinema. In questo non c'e' nulla di male. Ognuno la pensi come gli pare. Quello che
contesto e' la corrente di pensiero predominante tra la maggioranza della critica. Ovvero
quella che in modo bugiardo e preconcetto cerca di farci credere che il cinema di
Kiarostami sia IL CINEMA!
Sebastiano Tecchio