I FRATELLI
SKLADANOWSKYCAST TECNICO ARTISTICO
Soggetto, Sceneggiatura e Regia: Wim Wenders
in collaborazione con gli studenti della scuola superiore di cinema di Monaco
Fotografia: Jurgens Juerges
Montaggio: Peter Przygodda
Musica: Laurent Petigand, Inez Raatzke
Scenografia: Michael Willadt, Andreas H. Schroll
Costumi: Katrin Kath
Prodotto da: Wim Wenders, Veit Helmer, Wolfgang Langsfeldn
(Germania, 1996)
Durata: 72'
Distribuzione cinematografica: PLAYBILL
Distribuzione home video: CECCHI GORI HOME VIDEO
PERSONAGGI E INTERPRETI
Max Skladanowsky: Udo Kier
Gertrud Skladanowsky: Nadine Buttner
Eugen Skladanowsky: Cristoph Merg
Emil Skladanowsky: Otto Kuhnle
Con la testimonianza di : Lucie Hurtgen Skladanowsky

Wim Wenders mette in scena, con la complicita' degli
studenti della Scuola Superiore di Monaco, l'origine tedesca del cinema: i tre fratelli
Max, Emil ed Eugen e la piccola Gertrud sono degli artisti tanto simpatici quanto
fracassoni, che hanno pero' il grande pregio, tutto tedesco questo, di non demordere;
riescono, cosi', tappa dopo tappa, ad arrivare al "bioskop", sei settimane prima
della proiezione parigina dei Lumiere.
Quello che era nato come stratagemma per non far piangere la bambina alla partenza di uno
degli zii (le immagini in movimento valgono ben piu' delle fotografie), non reggera' pero'
al confronto col Cinematographe, e dello scombinato trio restano oggi i ricordi della piu'
piccola delle figlie di Max, che, novantunenne, ricorda, spiega e puntualizza al regista
le mille invenzioni degli Skladanovsky, misurata e quasi commovente, nell'alternarsi dei
silenzi con l'asprezza della voce. Quasi commovente, perche' il film è pesantissimo,
nella furba ricercatezza di uno stile adeguato all'epoca: uno scherzo che, se (troppo)
volutamente si trascina fino in fondo, comico nella forma, rigoroso nei contenuti, anche
volessimo dimenticare che vent'anni fa Orson Welles realizzava "F for fake" e,
qualche anno dopo Woody Allen "Zelig", riesce, comunque, a perdere il confronto
con il suo casuale gemello, quel "Forgotten Silver" in cui Peter Jackson narrava
le avventure del pioniere neozelandese Colin Mckenzie.
Presentati entrambi alla mostra di Venezia, suscitano entusiasmi
differenti, purtroppo inversamente proporzionali alla vastita' della loro diffusione,
segno ulteriore che il mito Wenders, guru di tutta una generazione, sa sempre quale e' la
cosa piu' opportuna da fare, per illuminare con la sua presenza settori (in)esplorati del
cinema o dell'arte in genere.
Circondato da tanti piccoli talenti quanti e' difficile contarne (ne' ci aiutano gli
interminabili titoli di coda), con l'impossibilita' di stabilire l'effettiva paternita'
del tutto, con l'ausilio, inoltre, di ottimi attori, buffi e drammatici, e di una
fotografia che sostiene coraggiosamente, sembra, una cinepresa a manovella dell'epoca del
muto, ricorda anche, nell'ambientazione moderna, l'intervista fatta, alcuni anni fa, da
Schlondorff a Billy Wilder, dove il terribile vecchietto sembrava mangiare in testa al suo
interlocutore, con quell'aria un po' imbecille. Cosi' accade con l'anziana signora, che
nei titoli appare come Lucie Hurtgen Skladanovsky, tanto vivace quanto e' decorativo
Wenders, regista ricciolone che provoca il pubblico per vedere quanto possa rimanere, dopo
la fine del film, davanti alle immagini che si ripetono all'infinito (ora che lo sapete,
fuggite finche' siete in tempo), e che riesce, in fondo, a farci sbadigliare anche quando
racconta le barzellette.